Dicembre 24, 2009 di gcolonna
Intervista di Daniele Scalea a Gaetano Colonna, 23 dicembre, 2009
http://www.eurasia-rivista.org/2589/medio-oriente-senza-pace-intervista-a-gaetano-colonna
1. Nella sua recente opera Medio Oriente senza pace dedica un capitolo al “ruolo del sionismo cristiano”, fenomeno generalmente considerato solo con riferimento agli ultimi anni, ma di cui lei individua la prima manifestazione già nell’Ottocento, e le radici nei secoli precedenti. Potrebbe parlarcene brevemente?
Il fenomeno è stato curiosamente trascurato dalla storiografia occidentale e anche da quella israeliana: è singolare ad esempio che non vi siano studi approfonditi sulla formidabile figura di William Henry Hechler che svolse, come accenno nel libro, un ruolo fondamentale nella nascita del movimento sionista dal punto di vista politico. In realtà si tratta di un elemento di straordinario interesse sul piano politico e religioso perché mostra che le classi dirigenti anglo-sassoni, partendo da Cromwell fino ad arrivare a Woodrow Wilson, furono straordinariamente sensibili all’idea che il ritorno del popolo ebraico in Palestina, e la sua ipotizzata conversione, avrebbero permesso la realizzazione del Secondo Avvento. Una motivazione che risulta sottesa a gran parte della strategia imperialista britannica in Medio Oriente nel corso dell’Ottocento. Potremmo dire quindi che il sionismo è frutto di un preciso clima spirituale anglosassone.
2. Oltre al ruolo di questo “sionismo cristiano”, quali altri elementi ritiene che spieghino l’appoggio che l’Europa e gli USA hanno dato (e stanno dando con sempre maggiore zelo) alle politiche di Israele?
Nel libro viene spiegato, credo ad un sufficiente livello di dettaglio, che Israele ha saputo gettare le basi, con un lungo ed intelligente percorso culturale e politico, di una comune classe dirigente israelo-statunitense che di fatto, da almeno un ventennio, ha la direzione strategica della politica mediorientale americana. Sostengo quindi qualcosa di più rispetto al lavoro ormai classico di Mearsheimer e Walt, nel senso che la politica mediorientale statunitense oggi non è più semplicemente influenzata dalla lobby israeliana, come hanno documentato questi studiosi americani, ma è strategicamente impostata e attuata da questa classe dirigente internazionalizzata, la quale oggi sta acquisendo un ruolo fondamentale anche in Europa, in primo luogo nel nostro Paese.
3. Come valuta fino a questo punto la politica medio-orientale del presidente statunitense Obama?
La risposta è implicita in quanto appena detto: il presidente Obama ha collocato nei posti chiave della sua amministrazione, quanto meno per quanto riguarda il Medio Oriente, uomini che fanno parte da tempo di quella classe dirigente, che si conferma quindi come un dato strutturale della politica estera statunitense. Si tratta di un elemento storicamente nuovo di cui è sorprendente che non si voglia prendere atto, nonostante gli addetti ai lavori, in particolare diplomatici, ne siano pienamente edotti. Il mio tentativo è di portare sul piano storico questa novità e valutarne le possibili, importanti implicazioni per il nostro futuro e per il futuro della pace in Medio Oriente.
4. Come vede l’attuale politica italiana in Vicino Oriente, e come crede dovrebbe svilupparsi in futuro?
Nel libro, per ragioni evidenti di spazio, non ho potuto dilungarmi su questo aspetto che, come lei giustamente ha inteso, è di grande interesse. Fin dai primi anni Ottanta ritengo che il nostro Paese sia stato uno degli obiettivi primari della politica israeliana, nel senso che era fondamentale riuscire a fare uscire l’Italia dalla sua ambiguità sulla questione palestinese, un’ambiguità alimentata ovviamente dalle preoccupazioni della Chiesa cattolica sullo status dei Luoghi Santi di Gerusalemme che si riflettevano sulle posizioni di autorevoli settori democristiani e socialisti. La cosiddetta Seconda Repubblica ha rappresentato per Israele un’importante opportunità di cambiamento: dai primi anni Novanta, infatti, l’Italia ha assunto via via posizioni di più deciso sostegno allo Stato ebraico. Il culmine è certamente rappresentato dalla missione in Libano del 2007 e dal fatto che proprio di recente Israele ha chiesto ed ottenuto che il comando della missione resti sotto comando italiano, suscitando fra l’altro reazioni indispettite da parte del governo spagnolo. Ampi settori delle forze politiche di governo e di opposizione in Italia sistematicamente giustificano l’uso della forza da parte israeliana, in piena sintonia con le dichiarazioni di quel governo, dimostrando in tal modo che la politica italiana in Medio Oriente non è mai stata così vicina a Israele. Nei nostri cieli, almeno a partire dal 2003, si svolgono esercitazioni militari dell’aviazione israeliana senza che se ne sia mai discusso in Parlamento, per citare un esempio assai concreto del nuovo tenore dei nostri rapporti con quel Paese. Penso che tale orientamento non sia conforme ai nostri interessi come Paese mediterraneo e ai nostri tradizionali rapporti di buon vicinato con il mondo arabo.
5. La Turchia si sta avvicinando all’Iran, il quale gode del discreto sostegno della Russia e, in misura minore, della Cina. D’altro canto, paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto, timorosi della potenza di Tehran, appaiono sempre più rivolti verso l’asse israelo-statunitense. Ritiene sia corretto dire che nella regione stia creandosi una polarizzazione Israele-Iran, dietro cui si può individuare la rivalità tra Washington e Mosca?
Non credo che la Russia abbia serie possibilità di contrastare lo strapotere israeliano in Medio Oriente, poiché penso che l’abbandono dell’Iraq nel 1991 e della Siria successivamente abbia segnato il crollo di qualsiasi credibilità sul ruolo di contrappeso di quel grande paese in Medio Oriente rispetto allo strapotere nordamericano. Penso anche che le aperture filo-iraniane della Turchia siano molto più apparenti che reali poiché chi detta la musica in Turchia sono ancora le forze armate e sul loro allineamento filo-occidentale e filo-atlantico credo che, almeno per una generazione ancora, si possano nutrire pochi dubbi, oltre agli strettissimi rapporti con Israele che ho ampiamente documentato nel libro. Penso poi che sia discutibile parlare di una polarizzazione Israele-Iran: l’Iran è attualmente del tutto isolato politicamente nella sua area geopolitica perché Israele conta oggi sul supporto dei Paesi del Golfo, sulla neutralità dell’Egitto, sul favore aperto della Giordania, sulla disgregazione di Iraq e Libano, l’indebolimento definitivo della Siria e lo sgretolamento progressivo del Pakistan. Non vi sono dubbi quindi che, nel caso di un’opzione offensiva contro l’Iran, questo paese potrebbe a mala pena contare su se stesso, nel senso che non escludo che vi siano già in atto attività destabilizzanti anche all’interno dell’establishment iraniano, soprattutto nei confronti delle forze armate. Credo quindi che sia la Russia che la Cina non siano in grado di impedire un’eventuale opzione militare israeliana. Ma arrivo a dire che nemmeno gli Stati Uniti sono in grado oggi di impedirla, qualora lo Stato ebraico decidesse in tal senso.
Tag: politica internazionale, Israele, Medio Oriente, conflitti, sionismo, antisemitismo, Middle East, Palestinian, Israeli, Palestina, Usa, Nato, Obama, Europa, armamenti, Russia, Pakistan, Iran, Italia, lobby
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Ottobre 13, 2009 di gcolonna

È nelle librerie il libro di Gaetano Colonna
“MEDIO ORIENTE SENZA PACE – Da Suez al Golfo e oltre: strategie, conflitti e speranze”
pagine 384, prezzo Euro 28,00, © Edilibri srl (2009)
Iraq e Iran, Palestina, Libano e Israele, Al Qaeda e Afghanistan, ma anche altre questioni in cui anche noi italiani siamo coinvolti direttamente o indirettamente: fondamentalismi in Turchia, Egitto, Sudan e Somalia; petrolio; Arabia; Libia… Non c’è giorno che non porti notizie più o meno gravi, comunque decisive, da quest’area geografica cruciale per la pace e la stabilità del pianeta.
Ma che cosa sappiamo davvero delle ragioni strutturali, dei fondamenti storici e culturali di queste turbolenze? Il libro di Gaetano Colonna fornisce un filo d’Arianna per uscire da questo labirinto. Ricostruisce in modo sintetico ma puntuale la storia dei rapporti fra Occidente e Medio Oriente negli ultimi cento anni, facendo luce sulle forze storiche reali che vi si sono confrontate e scontrate.
Dalla disgregazione dell’Impero ottomano, dalla nascita del sionismo e dal primo pozzo petrolifero in Iran arriva fino ai giorni nostri, all’ultima campagna israeliana a Gaza e a Obama, per inquadrare le questioni più attuali: la crescente conflittualità e instabilità dopo l’11 settembre e gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, la crescita dell’egemonia israeliana, le ipotesi di conflitto contro l’Iran e la situazione di Paesi chiave come il Pakistan. Nella sua ricostruzione Colonna ha utilizzato “tutti gli strumenti di indagine possibili: dalla diplomazia alla storia delle idee, dagli aspetti militari a quelli economici, dalle diverse visioni religiose alle dinamiche delle élites al potere”. Nonostante il panorama di guerre e gravi problemi, l’autore conclude che “ancora tutto è possibile – e dunque anche la pace è possibile, ed essa dipende da coloro che possono ancora esserne artefici, in quanto lo sono e lo saranno della loro storia”.
Arricchisce il volume la prefazione di Franco Cardini, storico, saggista, professore ordinario di Storia medievale all’Università di Firenze, che inquadra in chiave storica i rapporti fra Occidente e Medio Oriente e offre così chiavi di lettura illuminanti sugli ultimi avvenimenti.
Facilita la lettura un indice dei nomi completo, e la ricca e preziosa bibliografia rende il volume uno strumento di grande utilità anche per lo studio e l’approfondimento.
Gaetano Colonna, dottorato di ricerca in storia antica, è cultore di storia contemporanea. Ha pubblicato La Resurrezione della Patria, per una storia d’Italia (Tilopa editore, Roma 2004). Collabora con la rivista online www.clarissa.it.
Indice:
Cap. 1. Vecchi imperi e Medio Oriente
Prologo
Vittoria su onde di petrolio”
L“indipendenza” araba
I sionisti in Palestina
Il ruolo del sionismo cristiano
“Red line” e “Gulf Plus”
Cap. 2. Le nuove guerre del dopoguerra
Gli Stati Uniti entrano nel Medio Oriente
Il disegno di “occidentalizzazione” del Medio Oriente
La politica Usa tra potenze coloniali e risveglio arabo
Kennedy e Israele
La guerra dei Sei giorni e la risoluzione Onu n. 242
La guerra del Kippur, una guerra “diplomatica”
Cap. 3. Potere e petrolio
Gli Stati Uniti e il petrolio mediorientale nel dopoguerra
Una rivincita dei paesi produttori?
“War for oil”?
Cap. 4. 1979: una svolta epocale
L’Iran gendarme regionale
La crisi iraniana
Il nuovo ruolo di Israele
L’Afghanistan, al centro del cuore del mondo
Dalla Rapid Deployment Force all’U.S. Central Command
Cap. 5. Il conflitto Iran-Iraq
L’Iraq di Saddam Hussein e del ba’th
L’attacco all’Iran
Disinformazione e politica del doppio binario
La guerra economica e l’internazionalizzazione del conflitto
La fine del conflitto
Cap. 6. Golfo 1991
Il “nuovo mondo”
Diplomazia, petrolio e cannoni
Il Kuwait, petrolio, denaro e sabbia
L’invasione del Kuwait
“Una strana cecità”
Arrivano i nostri
Guerra di macchine e vite di uomini
Quale vittoria?
Cap. 7. Miraggi di pace
Il nuovo ordine americano nel Golfo Persico
Israele tra Intifada e politica di potenza
La lobby israeliana e la politica internazionale degli Stati Uniti
Il fallimento del processo di pace israelo-palestinese
Cap. 8. Strategie di guerra
L’utilizzazione occidentale dell’islamismo politico
Islamismo politico e strategie eurasiatiche dell’Occidente
Islamismo politico, terrorismo internazionale e “scontro di civiltà”
Cap. 9. “È la stessa guerra”
Una nuova Pearl Harbor?
La guerra al terrore e la disintegrazione del Medio Oriente
Il fallimento occidentale e l’egemonia israeliana
L’Occidente e i nemici di Israele
Conclusioni
Bibliografia essenziale
Indice dei nomi
Tag: Afghanistan, conflitti, Francia, Gaza, Iran, Islam, Israele, Israeli, Italia, lobby, Medio Oriente, Middle East, Nato, Obama, Pakistan, Palestina, Palestinian, politica internazionale, sionismo, storia, Swat, Usa, wahabbismo, war
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Settembre 25, 2009 di gcolonna
(a cura di A. Terenzi)
Per commentare la minacciosa dichiarazione a tre voci che è stata pronunciata all’Onu contro l’Iran dal presidente americano Obama, dal francese Sarkozy, che ha finalmente riguadagnato la Francia su posizioni filo-israeliane, e dal cancelliere britannico Brown, adeguandosi alle posizioni più oltranziste ostili al Paese mediorientale, crediamo sia assai lucido e coerente il commento che un semplice ma documentato lettore americano ha “postato” sul blog del New York Times del 24 settembre.
John Williford, Richland, Washington, 24 settembre 2009
“(…) Nonostante la richiesta che le potenze nucleari rinuncino allo sviluppo di nuove armi, noi (Stati Uniti) abbiamo:
- rifiutato di ratificare il Trattato Generale per il Bando dei Testi nucleari (CTBT), originariamente creato su nostra iniziativa;
- ripetutamente il Congresso degli Stati Uniti ha chiesto l’approvazione ed le risorse per sviluppare nuove armi nucleari con capacità di penetrazione in profondità;
- abbiamo cercato di sviluppare una generazione interamente nuova di armi nucleari in sostituzione di quelle attualmente adottate.
Una simile dimostrazione di mancanza di considerazione per le restrizioni sui nuovi armamenti nucleari nell’ambito del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) deve essere considerata in modo categorico come una politica sbagliata da rifiutare.
La coerenza nell’applicazione dell’NPT è del resto scarsa, come dimostra il caso del Brasile che è impegnato nell’arricchimento dell’uranio, nei confronti del quale l’AIEA ha meno possibilità di controllo (a causa di vincoli “di proprietà”) di quanto non gli sia permesso nel monitoraggio del programma iraniano di arricchimento dell’uranio.
Le attività dei Paesi non firmatari del Trattato, compreso Israele, sono ignorate, e facciamo finta che un arsenale, detenute da quello Stato, stimato in ben 400 ordigni nucleari non esista.
Passando a due altri Paesi non aderenti al Trattato in Asia, l’amministrazione di George W. Bush ha raggiunto un accordo sul programma nucleare dell’India col quale fornisce a questo Paese tecnologia per produrre combustibile e reattori. Nonostante vi sia nell’insieme un minimo di garanzia complessiva sull’uso civile di questi reattori, è stata assicurata all’India l’immunità per i reattori che producono materiale militare. Un elemento che apre la strada alla produzione di 50 nuove armi atomiche ogni anno.
Nonostante non vi sia un corrispondente accordo di assistenza tecnica con il Pakistan, il programma di produzione di armi fuori-legge si sviluppa qui completamente al di fuori del controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).
La differenza di trattamento fra India e Pakistan, che restano entrambe al di fuori dell’NPT insieme ad un pugno di altri Paesi, è un’anomalia che esacerba la tensione fra questi due Paesi, creando le condizioni per una corsa agli armamenti nucleari che si diffonderà in tutta l’Asia Meridionale fino alla Cina.
La lettera e lo spirito del Trattato di non Proliferazione Nucleare risalgono al periodo del presidente Eisenhower, che stabilì il programma Atomi per la Pace. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare è stata la formalizzazione di un accordo mutuo tra Paesi non nucleari e potenze nucleari in base al quale, in cambio della limitazione della crescita delle armi nucleari, si otteneva l’accesso e l’assistenza per lo sviluppo di tecnologia nucleare di pace. Alcune nazioni che hanno cercato di sviluppare armi atomiche (come il Sud Africa) sono state costrette ad interrompere questi sforzi.
L’Iran ha pieno diritto, nell’ambito del Trattato di Non Proliferazione, che ha ratificato, di controllare l’intero ciclo del combustibile per energia nucleare, che include il necessario arricchimento, in percentuali ad una sola cifra (cioè inferiori al 9%). Inoltre, sottoscrivendo il Trattato, l’Iran ha diritto a ricevere assistenza per lo sviluppo di energia nucleare di pace, invece di minacce d’embargo o di bombardamento da parte di uno Stato nucleare fuorilegge che non ha sottoscritto l’NPT come Israele.
Sia la Corea del Nord che gli Stati Uniti hanno mostrato grande abilità nel sapersi muovere al di fuori dei trattati internazionali. Gli Stati Uniti, non adeguandosi all’NPT, hanno inoltre manifestato la volontà di non tenere conto degli obblighi dei trattati ancora in vigore.
L’NPT è in attesa di una revisione periodica nel 2010. L’ultimo incontro internazionale, nel 2005, fu completamente vanificato dall’amministrazione Bush che impedì al gruppo di lavoro persino di stabilire un ordine del giorno.
Abbiamo un’enorme vuoto da colmare ed è il momento di smetterla di minacciare altri Paesi, che sono assai più vicini di noi al rispetto delle regole.”
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Settembre 18, 2009 di gcolonna
Quanto accaduto a Kabul non richiede solo un’espressione di formale cordoglio per i soldati italiani che, ancora una volta, sono caduti compiendo il loro dovere. Se davvero si ha rispetto per le nostre Forze Armate e per i giovani che oggi muoiono prestandovi servizio, occorre spiegare in modo chiaro al Paese cosa sta accadendo in Afghanistan.
L’Afghanistan è un paese in guerra almeno dal 1979, quando gli Stati Uniti favorirono l’invasione del Paese da parte dell’Urss, secondo quanto ha dichiarato Zbigniew Brzezinsky, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Carter: “Noi non volevamo spingere i russi ad intervenire, ma consapevolmente accrescevamo le probabilità che lo facessero. (…) Il giorno in cui i russi ufficialmente attraversarono la frontiera, io scrissi al presidente Carter che noi avevamo ora l’opportunità di dare all’Urss il suo Vietnam. Infatti, per almeno dieci anni, Mosca ha dovuto portare avanti un conflitto insostenibile, un conflitto che ha condotto alla demoralizzazione prima ed alla dissoluzione finale dell’impero sovietico poi”(1).
Le forze islamiste sunnite, armate e addestrate dall’Occidente e usate per dieci anni come freedom fighters anti-comunisti, divennero dal quel momento utilissime sia in funzione anti-iraniana sia per estendere il controllo occidentale alle deboli repubbliche della Inner Asia, emersa come un’area strategica di importanza mondiale dopo il crollo dell’Urss, anche a causa delle sue enormi riserve energetiche. Ma, mentre servivano in tal modo gli interessi occidentali anche dopo il ritiro sovietico del febbraio del 1989, le fazioni che avevano condotto la resistenza anti-sovietica proseguirono in una guerra civile che non ebbe del tutto fine nemmeno dopo l’ascesa al potere del regime talebano, nel 1996, con la conquista di Kabul. Una guerra civile che ha portato ad oltre un milione e mezzo di vittime e a cinque milioni di profughi, riducendo di un terzo la popolazione del Paese.
La terza fase di disintegrazione dell’Afghanistan è iniziata il 7 ottobre 2001, con il lancio dell’operazione Enduring Freedom, conseguente alla risposta americana all’attacco dell’11 settembre: con gli accordi di Bonn del 5 dicembre e la risoluzione Onu n. 1386, il Consiglio di Sicurezza autorizzava la costituzione di una forza internazionale di sicurezza guidata dal Regno Unito, cui partecipano altri 18 Paesi, fra cui l’Italia. Ebbe così inizio la missione Isaf, prolungatasi fino ai nostri giorni con una serie di successive risoluzioni Onu (quella attualmente in corso è infatti la XI Isaf) che hanno progressivamente esteso, anche sul piano territoriale, i compiti delle truppe alleate, poi passate dal 2003 sotto il comando della Nato, mentre in parallelo rimane attiva l’operazione Enduring Freedom. Le due missioni sono oggi coordinate da un comandante americano che detta la strategia complessiva, sulla quale occorre dire qualcosa.
L’intensificazione della resistenza anti-occidentale in Afghanistan a partire dal 2005 e la “guerra delle moschee” esplosa in Iraq con l’attentato a Samarra il 22 febbraio 2006 hanno infatti imposto un cambiamento di rotta che ha portato all’elaborazione di una dottrina di impiego, denominata Anaconda Strategy, la cui paternità è attribuita al generale Petraeus, comandante in capo delle forze alleate in Iraq. Petraeus ha riportato in auge le antiche dottrine sulla contro-insurrezione che integrano strategie militari, politiche ed economico-sociali per sradicare la resistenza, cercando di spostare i compiti di presidio del territorio sulle forze armate e di polizia locali; sulla creazione di sistemi di controllo per aree provinciali, sperimentato inizialmente proprio in Afghanistan; sulla formazione di contractors stipendiati, come nel caso degli oltre novantamila iracheni del programma Sons of Iraq, addestrati ed armati direttamente dal governo americano ed utilizzati in operazioni di contro-guerriglia. Leggi il seguito di questo post »
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Luglio 1, 2009 di gcolonna
a cura di A. Terenzi
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1192
Riportiamo qui di seguito alcuni brani del rapporto intitolato Gaza, 1.5 million people trapped in dispair che la Croce Rossa Internazionale ha pubblicato il 29 giugno 2009 sulla situazione a Gaza sotto l’occupazione israeliana.
“Una delle più serie conseguenze della chiusura [degli accessi alla Striscia di Gaza] è la crescita della disoccupazione che ha raggiunto il 44% nell’aprile 2009, secondo la Camera di Commercio di Gaza.
Le restrizioni imposte alle importazioni ed alle esportazioni dal luglio 2007 hanno ridotto del 96% le attività industriali a Gaza, con una perdita di oltre 70.000 posti di lavoro. Oltre il 70% della popolazione di Gaza vive in povertà, con un reddito medio mensile inferiore ai 250 dollari USA per una famiglia dalle 7 alle 9 persone (1 dollaro per familiare al giorno, escludendo il valore dell’assistenza umanitaria che possono ricevere). Oltre il 40% delle famiglie di Gaza sono molto povere con un reddito mensile inferiore ai 120 dollari (0,5 dollari per familiare al giorno).
(…)
La chiusura ha colpito duramente le famiglie di agricoltori, che compongono oltre un quarto della popolazione di Gaza. L’esportazione di fragole, pomodori e fiori erano una importante fonte di reddito. Attualmente sono di fatto paralizzate. Molti agricoltori vedono i loro redditi dimezzati dalla difficoltà di vendere i loro raccolti all’interno di Gaza. Se vi riescono, il prezzo che possono ottenere è una frazione di quello che otterrebbero di norma esportando in Israele o in Europa.
Durante le ultime operazioni militari, l’esercito israeliano ha sradicato migliaia di piante di agrumi, di ulivi e di palme, anche molto all’interno della Striscia di Gaza. L’esercito ha anche distrutto sistemi di irrigazione, pozzi e serre.
Oltre il 30% della terra arabile a Gaza si trova nella zona cuscinetto che arriva ad estendersi oltre un chilometro dal confine.
(…) Leggi il seguito di questo post »
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Giugno 8, 2009 di gcolonna
La partecipazione popolare alle elezioni europee, a livello continentale, è andata gradualmente diminuendo, dal 63 per cento delle prime elezioni nel 1979 al 46 per cento del 2004. È improbabile che questa tendenza si inverta oggi.
Certamente molte sono le differenze dell’Unione Europea di oggi rispetto a trenta anni fa, a molteplici livelli: è sicuramente mutato il clima politico complessivo, con la fine della contrapposizione fra blocco occidentale e blocco comunista; il processo di allargamento ad est, a seguito del quale l’omogeneità storica dei componenti della Comunità si è profondamente modificata, è quasi interamente compiuto; ma sono finora falliti i tentativi di costruire una forte identità comune, come dimostrano le difficoltà incontrate nell’elaborare una politica estera e persino una costituzione comune.
Chi segue più in dettaglio l’evoluzione dell’Unione, sa che da tempo gli studiosi concordano nel ritenere che vi sia un deficit di democrazia in come essa si è strutturata: le critiche si appuntano in particolare a quel singolarissimo organo che ne dovrebbe rappresentare il potere esecutivo, la Commissione, la cui nomina non rispecchia nessuno dei criteri ordinariamente seguiti nei sistemi democratico liberali in Europa e nel mondo, ragione per cui il suo enorme potere tecnico-politico non è democraticamente fondato.
Così come tutto il processo decisionale, la cui elaborata metodologia viene descritto col termine di comitatologia, ha spesso portato a delle situazioni di stallo che per lo più vedono una contrapposizione fra Parlamento e Commissione. In molti casi, queste contrapposizioni si risolvono con una decisione della Commissione, che non rispecchia quindi i voti parlamentari.
Il fatto poi che una Commissione non democraticamente eletta sia esposta a formidabili pressioni dai gruppi di interesse che si sono, spesso istituzionalmente, costituiti a livello europeo, il cui lavoro è spesso ignoto ai più ma che risulta determinante nell’orientarne le decisioni, illustra il rischio che l’Unione Europea agisca sulla spinta più di lobbies che non rispecchiando le aspirazioni dei popoli dei suoi Ventisette attuali membri.
Nonostante l’importanza dei temi trattati a livello comunitario (ricordiamo solo a titolo di esempio le regolamentazioni sulla libera circolazione dei servizi; sul controllo dei prodotti chimici; sulla diffusione degli Ogm in agricoltura; sugli orari di lavoro; sulla disciplina dei mercati finanziari; sulla sicurezza marittima; sulla gestione delle telecomunicazioni; sui grandi corridoi viarii europei) e delle risorse che l’Unione gestisce (il bilancio comunitario previsionale 2010 è arrivato a 139 miliardi di euro; il bilancio dello Stato italiano 2009, per avere un termine di raffronto, varrà circa 500 miliardi di euro), gli Europei non possono quindi percepire l’importanza di quanto avviene tra Bruxelles e Strasburgo, in quanto non hanno modo di incidere sul processo delle decisioni comunitarie. Leggi il seguito di questo post »
Tag: Europa
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Giugno 6, 2009 di gcolonna
Con questa frase il presidente americano ha inteso lanciare al mondo islamico un messaggio di grande risonanza, impostando una strategia diplomatica che si vuole presentare come profondamente innovativa.
La domanda che quindi sorge spontanea leggendone il testo è se davvero questo storico documento rappresenti una svolta nella politica estera statunitense verso il Medio Oriente, l’Islam, l’Iran, il conflitto israelo-palestinese, il conflitto Afghano, l’Iraq, quel nodo di inestricabili problematiche politico-militari in cui gli Usa si sono ormai inseriti direttamente a partire dal 1991.
Obama ha espressamente affrontato sette problematiche.
Il tema dell’estremismo violento, identificato assai discutibilmente con Al Qaeda, gli ha dato modo di ribadire la propria determinazione a proseguire l’impegno alleato in Afghanistan e a confermare il disimpegno dall’Iraq. Sulla decisione di affrontare questo secondo conflitto, significativamente definito come una war of choice (una “guerra di scelta”, mentre quella afghana sarebbe una guerra imposta agli Usa dall’11 settembre), Obama non ha tuttavia fornito nessuna sua interpretazione delle ragioni appunto di quella “scelta” del suo predecessore. Sarebbe stato invece molto interessante conoscere la sua opinione, per comprendere meglio quale sia oggi la prospettiva americana per sciogliere il nodo afghano-pakistano – giacché nel frattempo il conflitto ha germinato, estendendosi.
Sul secondo argomento, quello del conflitto israelo-palestinese, il presidente Usa ha affermato che l’idea di due Stati è quella giusta ed ha dichiarato che “è giunto il momento per fermare gli insediamenti” israeliani in Cisgiordania. Una dichiarazione certamente importante, ma che, in assenza di una indicazione chiara su quali potrebbero essere, in caso contrario, le reazioni americane, resta sospesa nel vuoto: sappiamo che proprio in questi giorni, in aperta sfida a questa posizione statunitense, gli Israeliani hanno ripreso la costruzione di insediamenti nella Valle del Giordano, cosa che non avveniva da un decennio almeno.
Sul terzo punto, quello delicatissimo dell’Iran, Obama ha semplicemente riaffermato l’esigenza che, per evitare una proliferazione nucleare in Medio Oriente, “ogni nazione – incluso l’Iran, dovrebbe avere il diritto di accesso all’energia nucleare di pace purché adempia le condizioni del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare”. Un’affermazione anche questa tutta teorica, giacché le amministrazioni americane sono da tempo al corrente del fatto che Israele dispone di un ragguardevole arsenale nucleare e non ha la minima intenzione di sottoscrivere quel trattato. E allora, cosa si sta proponendo in concreto all’Iran? Leggi il seguito di questo post »
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Maggio 22, 2009 di gcolonna
di Alfatau Pubblicato il 22 Gennaio 2009 su www.clarissa.it
Proprio mentre il primo ministro israeliano Netanyahu si trovava in visita a Washington, il consiglio regionale della Valle del Giordano, l’autorità israeliana che soprintende alla gestione del territorio, ha confermato che sono stati pubblicati i bandi delle gare d’appalto per la realizzazione delle infrastrutture di un insediamento di coloni a Maskyyot, nell’Alta Valle del Giordano, per almeno 20 unità abitative.
Parliamo del primo nuovo insediamento israeliano in quest’area, cioè nella parte orientale della West Bank, dopo 26 anni.
Si tratta di una decisione destinata a rendere ancor più incerte le prospettive di pace con i Palestinesi della Cisgiordania, in quanto la fine della politica di insediamento nei territori occupati da Israele è da sempre una delle condizioni essenziali poste per una soluzione politica del conflitto.
È anche uno schiaffo alla nuova amministrazione Usa, considerato che nel 2006 l’amministrazione Bush aveva esercitato forti pressioni sul governo ebraico perché fermasse la costruzione proprio di questo insediamento, considereato anche dagli Stati Uniti una violazione della road map, il percorso diplomatico per la creazione di uno Stato palestinese che conviva in pace con Israele.
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Maggio 19, 2009 di gcolonna
pubblicato da Alfatau il 19 maggio 2009 www.clarissa.it
Il comandante in capo delle forze Usa e alleate in Afghanistan, gen. David McKiernan è stato sostituito, dopo appena undici mesi di comando, con una decisione resa pubblica dal Segretario alla Difesa Robert M. Gates e dal presidente del Joint Chief of Staff (Stato Maggiore Generale), amm. Mike Mullen.
La scelta del nuovo comandante è significativa: si tratta del gen. Stanley A. McCrystal, fino ad oggi comandante del Joint Special Operations Command, l’unità di comando che dirige tutte le operazioni delle forze speciali alleate. La motivazione di questa scelta, secondo fonti americane, è che “abbiamo una nuova strategia e con una nuova strategia dovranno esserci alcuni cambiamenti di leadership per portarla avanti” (International Herald Tribune, 15 maggio 2009).
Si tratta di un segnale particolarmente serio, perché dimostra che la conduzione del conflitto afghano non ha dato i risultati sperati ed il ricorso ad una strategia focalizzata sulle forze speciali è un classico nella storia dei conflitti in cui la guerriglia e la cosiddetta “guerra non ortodossa” pongono le forze armate tradizionali in grave difficoltà. È avvenuto in Algeria negli anni Cinquanta ed in Vietnam negli anni Sessanta: in entrambe i casi gli Occidentali alla fine furono sconfitti.
Si tratta poi di vedere se questa nuova strategia modificherà realmente l’approccio “politico” al conflitto afghano e se essa si dimostrerà in grado di indicare nuove soluzioni ad un Paese che è in stato permanente di guerriglia e di guerra civile da trent’anni.
Il gen. McCrystal è l’uomo accreditato della cattura di Saddam Hussein e della uccisione di Abu Musab al-Zarqawi, ritenuto leader di Al Qaeda in Mesopotamia. È anche l’ufficiale superiore che ha approvato la falsificazione del rapporto che ha coperto l’uccisione del caporale Pat Tillman, famoso campione sportivo Usa, mediaticamente presentata come opera del nemico ed invece dovuta al cosiddetto fuoco amico.
Si tratta quindi di un comandante assai addentro alle “secrete cose” della politica militare americana e delle più spregiudicate e delicate covert operations alleate. La sua nomina significa quindi per certo almeno una cosa: che la guerra in Afghanistan diventerà sempre più una sale guerre, una “guerra sporca”, come i veterani francesi definivano la guerra d’Algeria.
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Maggio 19, 2009 di gcolonna
di Alberto Terenzi
Pubblicato il 18 Maggio 2009 su www.clarissa.it
La partita sull’Iran ed il Medio Oriente si fa sempre più interessante e crediamo darà molto lavoro agli storici futuri, a prescindere dai suoi esiti. Siamo alla vigilia del viaggio negli Stati Uniti del nuovo primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che vi gioca una partita decisiva per Israele: la posta è niente di meno che il futuro assetto del Medio Oriente dopo l’evidente fallimento della strategia americana di quasi un ventennio, motivata con l’esigenza di introdurvi a tutti i costi la democrazia liberal-capitalista.
La strategia del premier e del suo ministro degli esteri punta a due obiettivi fondamentali: chiudere definitivamente l’esperienza ventennale del cosiddetto “processo di pace” in Palestina e saldare una volta per tutte i conti con l’Iran. Il terzo obiettivo, che è in realtà il primo in ordine cronologico, e che si deciderà proprio in questi giorni a Washington, è quello di portare sulle posizioni israeliane gli Stati Uniti.
Se il capo del governo israeliano riuscirà in questo, Israele avrà stabilito un’inattaccabile egemonia su tutto il Vicino Oriente: sarebbe infatti provata la già consistente ipotesi secondo cui ormai da un trentennio è la politica estera Usa ad essere strategicamente determinata dallo Stato ebraico e non viceversa.
Il ministro degli esteri Lieberman, in una impressionante intervista rilasciata qualche settimana fa ad un giornale israeliano (The Jerusalem Post, 28 aprile 2009), ha introdotto in modo esplicito e radicale un nuovo concetto secondo il quale non può esservi pace con i Palestinesi fino a quando penderà su Israele la minaccia nucleare iraniana. In tal modo Israele gioca con rara spregiudicatezza la carta di collegare la ripresa del processo di pace coi Palestinesi alla vera o presunta minaccia iraniana: si è trovata così una giustificazione al ribadito abbandono dell’idea dello scambio “pace- contro-territori” che già veniva respinta da Netanhyau negli anni Novanta..
Liebermann con molta chiarezza ha dichiarato infatti che il problema palestinese non è un problema politico ma un problema economico. La sua visione del problema merita una citazione testuale: “Che cosa è più importante per i Palestinesi? Io credo che anche questo sia molto chiaro, l’economia. Io parlo ora come un colono, noi a Nokdim (l’insediamento ebraico nella West Bank in cui abita Liebermann) siamo i più grandi datori di lavoro nella nostra area. Io ho frequenti incontri con i Palestinesi dei villaggi circostanti che non credono affatto nel processo politico, nei processi di pace, né nei summit nelle conferenze, nelle dichiarazioni… Hanno una disoccupazione del 30-40 per cento, specialmente nella Striscia di Gaza, con famiglie che vivono con 200 dollari al mese. Come tutte le persone normali essi desiderano prima di tutto, lavoro per dar da mangiare alle loro famiglie, per dare una educazione ai loro figli, servizi sanitari, sicurezza per le persone. Quindi il valore chiave per i Palestinesi è l’economia.”
In tal modo risulta evidente la spregiudicatezza con cui la classe dirigente israeliana, che ha creato questa drammatica situazione economica per le popolazioni palestinesi durante un’occupazione di oltre sessantanni, possano ora addirittura utilizzarla come motivazione per rifiutare loro la sovranità politica!
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