pubblicato da Antimafia Duemila, Anno X° Numero 2 – 2010, N°65
Individuare con precisione i passaggi critici in Medio Oriente non è mai facile: ma gli avvenimenti che si sono qui sviluppati nel corso della primavera del 2010 daranno materiale importante agli storici.
Le grandi aspettative sollevate dal discorso del 9 giugno 2009 al Cairo del presidente americano Obama circa una possibile svolta della politica americana in quest’area chiave per la pace nel mondo si sono dimostrate infatti assai poco consistenti. Oggi, tutti gli osservatori internazionali, favorevoli od ostili all’attuale amministrazione americana, rilevano che la nuova presidenza americana non ha impresso alcun significativo cambiamento alla politica mediorientale degli Usa.
Per chi scrive, non si tratta di una sorpresa. Proprio un anno fa, terminando Medio Oriente senza pace, eravamo arrivati alla conclusione che difficilmente la politica nordamericana potrà subire mutamenti: Israele raccoglie infatti oggi i frutti di un paziente e profondo lavoro di penetrazione politica e culturale nelle élite dirigenti statunitensi che gli ha permesso di costruire, in un arco di oltre trenta anni, qualcosa di strategicamente assai più rilevante di quella lobby pro-israeliana che John Mearsheimer e Stephen Walt hanno magistralmente descritto (1).
Dobbiamo infatti parlare oggi di una vera e propria classe dirigente mista americano-israeliana che dà impulso progettuale e strategico alla costruzione della politica internazionale statunitense, e non solo in relazione alla situazione del Medio Oriente (2). Anche nell’amministrazione Obama, come già in quella dei suoi predecessori, i personaggi chiave chiamati ad occuparsi della politica mediorientale, dal vice-presidente Biden, alla stessa Hilary Clinton, al capo di gabinetto del presidente, Emanuel Rahm, all’inviato presidenziale in Medio Oriente, George J. Mitchell, appartengono a questa classe dirigente mista di cui condividono gli assunti fondamentali.
Che la politica estera degli Usa sia in tal modo condizionata da Israele, attraverso il ruolo di politici americani legati allo Stato ebraico, è stato del resto platealmente dimostrato anche di recente, in un momento cruciale: quando infatti si è profilata una forte tensione fra i due paesi, per l’arroganza con cui il governo israeliano ha lasciato avviare la costruzione di nuovi estesi insediamenti a Gerusalemme, proprio in coincidenza con la visita del vice-presidente americano, “three dozen Jewish Democratic lawmakers”, per usare le esatte, significative parole del quotidiano Haaretz che dava la notizia, vale a dire trentasei membri democratici del Congresso degli Stati Uniti, hanno chiesto ed ottenuto un incontro con il presidente Obama, per manifestargli nel modo più autorevole la loro forte preoccupazione circa i rischi di un deterioramento nei rapporti fra Usa ed Israele.
L’incontro deve essere stato importante, considerato che lo stesso quotidiano aggiungeva poi:
“Il deputato repubblicano Steve Rothman ha detto, dopo l’incontro della sera di martedì, che, mentre dal punto di vista militare e della condivisione di intelligence, l’amministrazione Obama è nei confronti di Israele la migliore amministrazione americana di sempre, i critici di questa amministrazione stanno cercando di deformare la realtà: per cui Obama ed i suoi sostenitori ebrei all’interno del Congresso hanno sentito il bisogno di chiarire la situazione” (3).
Non meraviglia quindi che l’amministrazione Obama, poche settimane dopo, pur davanti al sanguinoso attacco alla Freedom Flottilla, ha deciso che gli Stati Uniti avrebbero votato contro la condanna di Israele; allo stesso modo, l’allineamento dell’amministrazione americana alla posizione israeliana, che rifiuta una commissione di inchiesta indipendente su questo gravissimo episodio di violazione del diritto internazionale umanitario, va ad aggiungersi al silenzio degli Usa davanti alle violazioni costantemente messe in atto dallo Stato ebraico contro la popolazione civile della Striscia di Gaza e della Cisgiordania.
La continuità della presidenza Obama nel sostenere Israele a qualsiasi costo e in qualunque modo lo Stato ebraico operi nella regione, elimina l’ultima residua speranza che la superpotenza globale possa agire in Medio Oriente super partes, il solo orientamento che potrebbe favorire una pace giusta, in grado cioè di sanare le laceranti ferite provocate da quasi un secolo di conflitti e di sopraffazioni. Più in generale, questo vincolamento degli Usa ai desiderata israeliani mette in questione lo stesso ruolo globale della superpotenza – data la perdita di credibilità che ne deriva quando si propone come alfiere universale dei valori di pace, libertà, diritto.
Se l’immutabilità della politica Usa, al di là del succedersi delle presidenze, è un fattore di incalcolabile rilevanza, perché cristallizza la pericolosa immobilità del quadro mediorientale, il secondo aspetto che si è andato manifestando negli ultimi mesi rivela invece la possibilità che in Medio Oriente emergano, situazioni nuove, i cui sviluppi possono essere ancora difficilmente prevedibili ma che, proprio perché reagiscono a quella cristallizzazione, non possono che essere forieri di conflitto.
La maggiore novità è costituita dal fatto che l’Iran non è più isolato come appariva un anno fa, quando Obama parlava al Cairo. Nel corso di questo anno, infatti, si è andato silenziosamente costruendo un arco di opposizione alla politica israeliana che oggi disegna una linea orizzontale in Medio Oriente, avvicinando per la prima volta la Turchia all’Iran. Non vi è dubbio che proprio la politica della presidenza Obama ha spinto inevitabilmente la Turchia verso questo allineamento, giacché questo paese in pochi mesi ha visto respingere la sua richiesta di ingresso nell’Unione Europea, da una parte e, dall’altra, è stato ignorato dagli Usa nelle sue richieste di una soluzione della questione curda, essenziale per la sicurezza e la stabilità della sua frontiera orientale.
Dato che proprio la Turchia è stata, dagli anni Cinquanta segretamente e poi dal 1995 fino al 2008 apertamente, un indiscusso alleato di Israele, e dato che la Turchia è la sola potenza militare il cui potenziale e le cui capacità operative possono fare la differenza nel caso di un conflitto che investa la regione, il suo schierarsi a fianco dell’Iran potrebbe rappresentare un elemento davvero significativo.
Giustamente, a nostro avviso, una recente, approfondita analisi dell’aggressione israeliana contro la Mavi Marmara (la motonave turca ammiraglia della piccola flotta attaccata dalla marina militare israeliana al largo di Gaza) ha individuato la ragione strategica di questo altrimenti incomprensibile e ingiustificato uso della forza militare nella precisa volontà israeliana di spingere la Turchia nell’angolo, per verificarne l’affidabilità e, insieme, lanciarle un pesante monito (4).
Turchia e Brasile, oltre che promotrori dell’unica mediazione efficace con il regime di Teheran sulla questione del combustibile nucleare (5), sono stati, lo scorso 9 giugno, anche gli unici due voti contrari alla risoluzione Onu n. 1929, approvata anche da Cina e Russia dietro fortissime pressioni Usa, risoluzione contenente nuove sanzioni a carico dell’Iran: anche questa grave decisione parrebbe dimostrare che la Turchia ha deciso di collocarsi in posizione difensiva contro lo Stato ebraico e la politica non equidistante di Washington rispetto al caso Iran.
Ma, come notano gli analisi citati, sappiamo che la Turchia ha una posizione estremamente delicata, sia per la sua appartenenza alla Nato che per il particolare ruolo svolto dalle istituzioni militari nel controllo del sistema politico, oggi sospeso fra la linea laica di ascendenza kemalista e la diffusione crescente di un islamismo moderato che assume tuttavia, con Erdogan, toni che sembrano rivolti a ridare alla Turchia un ruolo di tutela del mondo arabo, quasi a recuperare l’antica tradizione imperiale ottomana in opposizione all’egemonia politico-culturale esercitata dalla monarchia saudita a partire dagli Trenta del Novecento.
Non possiamo quindi stabilire oggi se la nuova posizione della Turchia è stata assunta allo scopo di ottenere semplicemente maggiore considerazione dallo strapotente Israele e agli occhi di Washington o se evolverà in una reale svolta nell’intero sistema di relazioni del Medio Oriente. In quest’ultimo caso, tuttavia, si dovrà parlare di una svolta epocale, dato che un fronte di paesi mediorientali in opposizione politica allo Stato ebraico ed agli Usa è una cosa inedita nella regione da parecchi decenni. Si tratterebbe di una prospettiva chiaramente inaccettabile per lo Stato ebraico, oltre che per gli Stati Uniti, e possiamo quindi essere certi che in questa ipotesi anche il regime di Erdogan vedrebbe profilarsi in breve tempo un intervento normalizzatore delle forze armate turche, nonostante i problemi che questo potrebbe comportare per la Nato e il rischio di guerra civile che implicherebbe per la Turchia.
Quanto all’aspetto strategico conseguente alla perdita delle facilitazioni che la Turchia offre a Israele in caso di attacco all’Iran, sembra che lo Stato ebraico abbia già adottato le necessarie contromisure. È di questi giorni infatti la notizia dell’autorevole Times di Londra secondo il quale in caso di attacco all’Iran, Israele potrà contare sul passaggio attraverso i “cieli liberi” dell’Arabia Saudita, come alternativa alla rotta sulla Turchia, utilizzata nel settembre 2007 per colpire un presunto reattore siriano.
“Allo scopo di assicurare che i bombardieri israeliani attraversino il paese senza problemi, Ryad ha svolto dei test per assicurarsi del fatto che i propri aviogetti non intervengano automaticamente e che non si attivino i sistemi di difesa missilistica. Una volta passati i jet israeliani, la difesa del paese riprenderebbe il suo stato di massima allerta.
“I Sauditi hanno dato il loro permesso agli Israeliani per attraversare il paese mentre loro guarderanno altrove”, dichiara una fonte militare statunitense che opera nell’area. “Hanno già svolto dei test per essere sicuri che i loro jet non decollino e che nessuno venga abbattuto. Tutto questo con il benestare del Dipartimento di Stato americano”.
Fonti dell’Arabia Saudita affermano che è dato per scontato negli ambienti militari del regno un accordo in atto con Israele, nel caso in cui quest’ultimo decida di lanciare un attacco. Nonostante la tensione fra i due governi, entrambi condividono l’ostilità nei confronti del regime di Teheran e il timore per le ambizioni nucleari dell’Iran. “Siamo tutti consapevoli di questo. Li lasceremo passare e non avremo visto nulla”, afferma un funzionario” (6).
La lettura che deriva da queste brevi note spinge certamente al pessimismo, soprattutto in considerazione del fatto che manca a livello globale quell’entità politica in grado di porsi, con autorità arbitrale, a dirimere i numerosi fattori di conflitto accumulatisi in un secolo di storia. Le Nazioni Unite per intrinseca debolezza, gli Usa per esplicita scelta, l’Europa per colpevole incapacità – nessuna di queste entità “terze” si profila con il ruolo pacificatore che il Medio Oriente invoca.
In questo contesto, anche il rinnovato ricorso alle sanzioni contro l’Iran, per la sesta volta, se non ricordiamo male, sembra essere piuttosto una soluzione per guadagnare tempo e preparare l’opinione pubblica ed i decisori internazionali all’idea di una nuova prova di forza nella regione: si era proceduto esattamente allo stesso modo anche contro l’Iraq. Da questo punto di vista, la nuova posizione di Russia e Cina, se dovesse realmente rappresentare un cedimento alle pressioni americane e israeliane, rischia di accendere, in realtà, un semaforo verde all’azione militare.
Se tutto resterà affidato ai rapporti di forza sul campo, quindi, non possiamo che attenderci ancora guerra o il perdurare di un’arrogante sopraffazione, o entrambi.
Per placare il senso di frustrazione che questa prospettiva solleva nelle coscienze più accorte, la sola possibilità di azione è, per un verso, quella di far crescere una specifica attenzione per quanto va preparandosi in Medio Oriente, dato che gli eventi che qui potranno verificarsi avranno per certo un enorme impatto anche sui paesi europei, in primo luogo l’Italia.
Per l’altro verso, impegnarsi a sostenere tutte quelle forze spirituali che, nell’evoluzione della storia, sostengono la libertà interiore dell’uomo e ritengono che solo su di essa possa fondarsi quella dei popoli.
(1) J.J. Mearsheimer, S.M. Walt, La Israel lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano, 2007.
(2) G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.
(3) “U.S. Jewish lawmakers urge Obama to visit Israel”, Associated Press, 19 maggio 2010.
(4) Alfatau, “Turchia nel mirino di Israele”, 2 giugno 2010:
http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=125
(5) S. Santini, “Due mondi si sfidano sul nucleare iraniano”, 3 giugno 2010:
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1285
(6) H. Tomlinson, “Saudi Arabia gives Israel clear skies to attack Iranian nuclear sites”, The Times, 12 giugno 2010.
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6 novembre 2010 alle 12:44 |
[...] momenti cruciali”, Antimafia Duemila, Anno X° Numero 2 – 2010, N°65; anche su http://gcolonna.wordpress.com/2010/07/09/medio-oriente-momenti-cruciali/ 4) J. Rutenberg, M. McIntir, E. Bronner, “Tax-Exempt Funds Aiding West Bank [...]