Archive for the ‘Russia’ Category

Il mio nuovo libro: Ucraina tra Russia e Occidente – Un’identità contesa

21 settembre 2014

Ai lettori del blog comunico di avere pubblicato questo libro di storia contemporanea sulle vicende dell’Ucraina, dal 1919 fino ad oggi: Ucraina tra Russia e Occidente – Un’identità contesa, Edilibri, Milano.

Ho tentato una ricostruzione che spero sia abbastanza agile ma approfondita e documentata quel che basta a comprendere le ragioni di quello che sta accadendo oggi.

I lettori possono ordinarlo presso l’editore Edilibri oppure presso la e-mail: info@clarissa.it. Il testo è acquistabile anche in e-book.

Su questo sito sono a disposizione per discutere i contenuti, le interpretazioni e le opinioni che ho liberamente espresso nel libro, di cui qui di seguito riproduco il retro di copertina:

“La questione dell’Ucraina, dei suoi rapporti con l’Europa, la Nato e la Russia rappresenta un banco di prova determinante per il futuro del nostro continente: questo libro esplora la storia recente del paese a partire dal primo tentativo di indipendenza alla fine della Grande Guerra per seguire poi le terribili prove attraversate durante il periodo stalinista e nella seconda guerra mondiale, fino ai nostri giorni. In questo modo il lettore può rendersi conto di quanto i drammatici problemi che l’Ucraina sta oggi affrontando siano legati in profondità alla storia europea ed al suo speciale rapporto con la storia dei popoli slavi e della Russia. Di conseguenza, emergono i tratti drammatici di una identità contesa, appunto, fra forze storiche che stanno decidendo del proprio avvenire in un mondo nel quale riemergono antichi protagonisti, come la Cina, e nuove configurazioni, come l’Unione Europea. Per questo il libro non è solo un’occasione per ripercorrere un’ampia sintesi della storia europea contemporanea ma è anche uno stimolo a pensare a nuove forme di organizzazione sociale, oltre quella dello Stato-Nazione, per far sì che non si creino nuove barriere in Europa, ma che, al contrario, si edifichino nuovi ponti verso la Russia e l’oriente: se invece la politica internazionale continuerà ad essere pensata in termini di potenza, anche la complessa identità ucraina potrà diventare nuova fonte di divisioni e di sanguinosi, inestinguibili conflitti, così come già si è andato verificando, nello stesso arco temporale, in Medio Oriente”.

La strategia di Obama: separare la Russia dall’Europa

7 giugno 2014

Nei giorni immediatamente precedenti la celebrazione dei settant’anni dallo sbarco alleato in Normandia, la Casa Bianca ha assunto delle posizioni ufficiali sulla situazione nell’Est europeo che meriterebbero molta maggiore attenzione di quella che l’Europa, concentrata sui risultati elettorali e sulla perdurante crisi economica, gli ha riservato.
Il 3 giugno scorso, infatti, è stata ufficialmente lanciata la European Reassurance Initiative, con la quale il presidente americano ha richiesto al Congresso degli Stati Uniti un miliardo di dollari, da iscrivere nel bilancio della difesa statunitense 2015 tra le Overseas Contingency Operations (OCO), per finanziare una serie di misure di carattere militare che il governo Usa intende adottare. Intensificazione, utilizzando a rotazione truppe americane, di addestramento ed esercitazioni congiunte nel territorio degli alleati europei di più recente accessione; pianificazioni congiunte con gli stessi Paesi, per accrescere la loro capacità di programmazione di quelle attività; potenziamento delle capacità di risposta degli Usa a supporto della NATO, mediante la predisposizione di strutture di pre-posizionamento di equipaggiamenti e truppe; aumento della partecipazione della flotta Usa alle attività NATO, per potenziarne la presenza nel Mar Baltico e nel Mar Nero; crescita della capacità di Paesi “stretti alleati” ex-sovietici, come Georgia, Moldova e Ucraina, di collaborare con gli Stati Uniti e la NATO, e di sviluppare le proprie forze di difesa. (more…)

La Nato e l’Ucraina

7 giugno 2014

da: clarissa.it, 23 marzo 2014

Lunedì 17 marzo, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha incontrato il ministro degli affari esteri ucraino ad interim, Andriy Deshchytsa, per discutere gli ultimi sviluppi degli avvenimenti in Ucraina, incluso il referendum che ha segnato il distacco della Crimea dall’Ucraina e la successiva adesione alla Russia.
Rasmussen ha tenuto a sottolineare che il referendum compromette gli sforzi diplomatici della comunità internazionale rivolti ad una soluzione pacifica della crisi ucraina ed ha ripetuto che la Nato è risoluta a sostenere con fermezza la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, la sua integrità territoriale e l’inviolabilità delle sue frontiere.
I due interlocutori hanno confermato l’intento di consolidare la cooperazione della Nato con l’Ucraina nel quadro della Commissione Nato-Ucraina, rafforzando in particolare i rapporti con i dirigenti politici e militari ucraini, consolidando le capacità militari dell’Ucraina e organizzando addestramento ed esercitazioni congiunti. In tale quadro, Rasmussen ha precisato che la Nato coinvolgerà l’Ucraina nei suoi progetti multinazionali rivolti ad incrementare le capacità militari del paese.
Si tratta di un incontro molto significativo perché conferma che l’obiettivo finale del supporto occidentale all’Ucraina in questa drammatica e pericolosa crisi è l’allargamento della Nato ai Paesi ex-sovietici, in spregio degli impegni assunti nel 1990 dal segretario di stato americano James Baker con Mikhail Gorbaciov, e confermati dal ministro degli esteri tedesco Hans Dietrich Genscher al suo omologo russo, Shevarnadze, in merito al fatto che la presenza di una Germania riunificata membro Nato escludeva anche il sia pur minimo avanzamento verso est dell’organizzazione militare atlantica.
Un impegno, già disatteso con l’adesione alla Nato di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999, e poi di Slovacchia, Bulgaria, Romania e degli Stati baltici nel 2004, ma che finora non aveva mai toccato il territorio dell’ex-Urss.
Questo avvenimento segna anche un evidente mutamento, voluto o forzato, della politica tedesca, che ancora fino al 2008 si era opposta all’allargamento a Ucraina e Georgia del Patto atlantico: un fatto forse ancora più significativo e pericoloso perché, oltre a dimostrare che l’Unione Europea marcia a rimorchio della strategia nord-americana nei confronti della Russia, non può che suscitare in questo paese la pericolosa sensazione di un crescente accerchiamento da parte dei suoi tradizionali avversari occidentali, a partire appunto dalla Germania.
Nel centenario dello scoppio della Grande Guerra, queste modificazioni del quadro strategico europeo esigono una profonda riflessione da parte delle classi dirigenti di Paesi che, come l’Italia, non hanno mai voluto affrontare la questione di quale possa essere il ruolo della Nato dopo la fine della Guerra Fredda. Prima infatti di accusare di espansionismo la Russia di Putin, che tutela i suoi diretti e primari interessi strategici, a partire dall’accesso ai mari del sud, dovremmo infatti analizzare con oggettività l’espansionismo occidentale verso est, di cui la Nato è il principale artefice da un ventennio almeno.

Scenario Italiano. Parte prima: il contesto internazionale

29 dicembre 2013

Per indicare brevemente le prospettive per l’Italia nei prossimi anni, dobbiamo partire da quanto accade a livello mondiale.

Il principale processo storico che sta segnando il nuovo secolo è rappresentato dallo spostamento del baricentro delle grandi politiche di potenza dall’Atlantico al Pacifico. Si tratta di un passaggio significativo, perché modifica il quadro cui siamo abituati in Europa da oltre due secoli, la prospettiva alla quale ci ha assuefatto il XX secolo: nonostante il declino dell’Europa come sede delle grandi potenze mondiali, infatti, l’asse anglo-americano sul nord Atlantico, consolidatosti in due conflitti planetari, aveva fatto finora di quest’area il centro strategico del mondo.

Ma la crescente polarizzazione fra Cina e Stati Uniti d’America nel Pacifico non è in realtà cosa nuova per la storia americana, a differenza nostra: è ben noto infatti che sia stato proprio il Pacifico la prima arena mondiale in cui l’imperialismo americano si estrinsecò, verso la fine del XIX secolo; così come è risaputo che il presidente americano F.D. Roosevelt, il grande artefice della vittoria statunitense nella seconda guerra mondiale, vedeva nella Cina il partner ideale della riorganizzazione dell’ordine mondiale post-bellico, dentro e fuori il contesto delle Nazioni Unite. (more…)

La Russia salva la pace in Medio Oriente, ma fino a quando?

5 settembre 2013
La posizione della Russia in difesa della Siria sta per ora impedendo lo scoppio di una nuova guerra in Medio Oriente: occorre dirlo chiaramente.
Sicuramente ha pesato sul momentaneo rinvio di Obama l’infortunio parlamentare di Cameron in Inghilterra, che dimostra una volta di più che di per sé i popoli anglosassoni non sono affatto interessati alle politiche imperiali dei loro governi – anche se questi puntualmente li portano riluttanti alle guerre: come avvenne per la Gran Bretagna nell’agosto del 1914 e per gli Stati Uniti d’America nel 1941. Del resto Obama ha già ottenuto un assenso bi-partisan dal Senato statunitense e sta esercitando forti pressioni sui deputati per arrivare allo stesso risultato in pochi giorni.
La ragione più seria del colpo di freno del presidente statunitense sta quindi nella posizione russa: per questo, tra il 5 ed il 6 settembre, al vertice del G20 di San Pietroburgo il presidente Obama tenterà di arrivare ad un accordo con la Russia per ottenere luce verde all’attacco occidentale. Si tratta di vedere se un simile accordo sarà possibile, ora che la Russia di Putin ha dovuto prendere atto del fatto che la propria trentennale arrendevolezza alle ripetute azioni di guerra occidentali in Medio Oriente ha gradualmente eroso tutte le posizioni internazionali del grande Paese euro-asiatico, portando conflitti, missili e basi militari nordamericane praticamente lungo tutta la linea dei suoi confini, Cina esclusa. Senza con questo avere reso né più pacifico né più stabile il Medio Oriente, area che per la Russia è storicamente di importanza cruciale, come lo è per l’Europa. (more…)

L’accordo economico transatlantico (TTIP) e il potere dell’economia

7 agosto 2013

Nonostante siano sotto gli occhi di tutti i risultati del liberismo assoluto che ha dominato l’economia globale nel corso degli ultimi decenni, Stati Uniti ed Unione Europea stanno mettendo a punto il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l’egemonia sull’economia-mondo del XXI secolo.
Lo scorso luglio infatti, a Washington, si sono ufficialmente aperte le trattative sulla Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), un’ipotesi di accordo economico globale tra Usa e UE che potrebbe stabilire i principi della riorganizzazione economica dell’Occidente nel pieno di una crisi che sempre più dimostra di essere strutturale e non congiunturale. Unione Europea e Stati Uniti, infatti, rappresentano insieme quasi metà del Prodotto Interno Lordo del pianeta ed un terzo del commercio mondiale: ogni giorno tra le due sponde dell’Atlantico vengono scambiati beni e servizi per 2 miliardi di euro, mentre gli investimenti reciproci toccano quasi i 3.000 miliardi di euro. Si tratta quindi non solo dell’area che ha dato storicamente vita al capitalismo occidentale, ma soprattutto della principale concentrazione economico-finanziaria del capitalismo internazionale odierno. (more…)

Il presidente iraniano Rouhani e la “linea rossa” israeliana

17 giugno 2013

Lo scorso dicembre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha affermato che l’Iran sta per avvicinarsi a quella “linea rossa” da lui indicata nel discorso alle Nazioni Unite del settembre 2012 come invalicabile per lo Stato ebraico, vale a dire il raggiungimento di una quantità di uranio arricchito sufficiente per produrre una testata bellica nucleare. Negli stessi giorni, facendogli eco, esperti israeliani stimavano che questa capacità sarebbe stata raggiunta dall’Iran tra la primavera e l’estate del 2013: cioè proprio quando gli iraniani avrebbero eletto il loro nuovo presidente.
Nelle parole del primo ministro israeliano, di nuovo a capo del governo di Israele dopo le elezioni del 22 gennaio scorso, sta quindi tutta l’importanza dell’elezione del nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani (Ruhani o Rohani, secondo altre dizioni).
Certamente la vittoria di Rouhani è importante anche sul piano interno, per almeno due buone ragioni: in primo luogo, essa dimostra che la linea apocalittico-populista di Ahmadinejad è stata affossata dalla direzione clericale del Paese, che ha escluso i candidati vicini all’ex-presidente dalla corsa alla presidenza; ma dimostra anche che la stessa classe dirigente clericale iraniana ha voluto mettere un freno alla pericolosa concentrazione di potere intorno alla Guida Suprema, Ali Khamenei, un potere soprattutto legato agli ambienti militari e dell’intelligence. Da quest’ultimo punto di vista è particolarmente significativa la sconfitta dei due più autorevoli candidati ispirati direttamente da Khamenei, Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, e Saeed Jalili, rappresentante di Khamenei nel Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, l’organismo-chiave per la direzione del Paese sul piano politico-militare: ma soprattutto indicativo è il fatto che questi candidati sono stati protagonisti di uno scontro faccia a faccia proprio su come è stata gestita la diplomazia sul nucleare nel corso del trattative con l’Occidente. (more…)

Palestina, Siria e Iran, le crisi mediorientali si collegano?

6 dicembre 2012
La situazione del Vicino Oriente diventa sempre più complessa, per l’intreccio nel quale si stanno collegando le diverse aree di crisi di una regione progressivamente libanizzatasi nel corso di un decennio: per rendersene conto è sufficiente una visione di insieme, che evidenza la gravità dei rischi che si stanno qui accumulando per la pace mondiale.
Iniziamo con le ragioni per cui Israele ha improvvisamente interrotto l’operazione Pillar of Defense (più precisamente Pillar of Cloud, “pilastro di nubi”, con riferimento ad un testo biblico): a quanto pare, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a garantire con proprie truppe il controllo della Penisola del Sinai, il nuovo fronte meridionale che Israele ha ripetutamente indicato nel corso degli ultimi anni come una seria minaccia per la propria sicurezza, in quanto area “grigia” sfuggita al pieno controllo del governo egiziano, attraverso la quale passerebbero armi e munizioni destinate alle forze di Hamas nella Striscia di Gaza. (more…)

Dal Pacifico al Medio Oriente, gli effetti dell’affermarsi della Cina

21 dicembre 2011

Mentre l’Europa è alle corde a motivo della crisi finanziaria, proseguono le grandi manovre politico militari nell’Oceano Pacifico, area geopolitica in rinnovata espansione.

La visita del presidente americano Obama in Australia a metà novembre ha prodotto risultati molto significativi: facendo seguito al suo discorso, che ha esaltato la più che sessantennale collaborazione militare fra Usa, Australia e Nuova Zelanda nell’ambito dell’ANZUS (la Nato del Pacifico sud-occidentale), Julia Gillard, la primo ministro australiana ha dichiarato, facendo seguito al discorso di Obama, che “la nostra regione star crescendo economicamente ma la stabilità è altrettanto importante per la crescita economica; e la nostra alleanza è stata una delle basi della stabilità nella nostra regione”. (more…)

Crisi globale, primavera araba e attacco all’Iran

15 novembre 2011

Mentre l’attenzione mondiale è comprensibilmente concentrata sulla crisi sistemica che sta colpendo con sempre maggiore profondità l’Occidente, si moltiplicano negli ultimi giorni i segnali di una decisione occidentale sull’attacco all’Iran: uno scenario bellico certo non nuovo che vedrebbe l’azione congiunta di forze missilistiche e aeree anglo-americane colpire partendo dal Golfo Persico e dall’Oceano Indiano, col supporto di azioni chirurgiche delle forze speciali sul terreno. Per tale ragione, gli Usa avrebbero già chiesto di utilizzare la base britannica di Diego Garcia nell’Oceano Indiano e starebbero rafforzando il proprio dispositivo aereo-navale nel Golfo Persico, intensificando la cooperazione militare già in atto da tempo con Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar, con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Oman. (more…)


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