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		<title>Gli Usa attaccheranno l&#8217;Iran?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 19:30:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle ultime settimane si vanno moltiplicando le prese di posizione statunitensi sulla questione dell&#8217;attacco preventivo all&#8217;Iran. Attacco preventivo, è il caso di premettere, che la dottrina politico-militare statunitense non esclude a priori, nonostante il diritto internazionale non lo riconosca come legittimo. Fin dal 1984, infatti, la cosiddetta “dottrina Shulz”, dal nome del segretario di Stato durante la presidenza Reagan, aveva accolto con favore questa possibilità, legittimando azioni militari preventive, anche segrete; con il documento ufficiale americano sulla sicurezza nazionale del 2002, poi, tale concetto è stato esplicitamente introdotto nella dottrina militare nordamericana:</p>
<p>“studiosi e giuristi di diritto internazionale condizionano spesso la legittimazione dell’intervento preventivo (<em>preemption</em>) ad una minaccia imminente, generalmente una visibile mobilitazione di eserciti, unità navali e forze aeree in preparazione di un attacco. Noi dobbiamo adattare il concetto di minaccia imminente (<em>imminent threat</em>) alla capacità ed agli obiettivi degli avversari odierni. Gli stati canaglia ed i terroristi non cercano di attaccarci usando mezzi convenzionali. (…) Gli Stati Uniti hanno a lungo considerato valida l’opzione di azioni preventive (<em>preemptive actions</em>) per contrastare un’effettiva minaccia (<em>sufficient threat</em>) alla nostra sicurezza nazionale. Maggiore la minaccia, maggiore il rischio in caso di inazione – e maggiormente cogente l’esigenza di intraprendere azioni anticipatorie per difenderci, anche se rimane incerto il momento ed il luogo dell’attacco nemico. Per anticipare o prevenire simili atti ostili da parte dei nostri avversari gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente (<em>act preemptively</em>)” (1).<span id="more-317"></span><br />
Il 16 dicembre scorso, il presidente Obama, parlando alla <em>Union of Reform Judaism</em> (organizzazione ebraica del giudaismo modernista) passa dal concetto difensivo, “un Iran nucleare è inaccettabile”, a quello offensivo, “siamo decisi a prevenire l&#8217;acquisizione di armi nucleari da parte dell&#8217;Iran”: dove viene fatto quindi esplicito riferimento al documento strategico nazionale del 2002.<br />
Il 19 dicembre scorso, il segretario alla Difesa Panetta, fino a quel momento uno dei più decisi assertori dei rischi derivanti da un attacco contro l&#8217;Iran, improvvisamente dichiara che l&#8217;Iran potrebbe acquisire entro un anno la bomba nucleare e che questa è la “linea rossa” raggiunta la quale il governo Usa “adotterà qualsiasi passo necessario per affrontare la situazione”.<br />
Il 20 dicembre, il presidente del consiglio dei comandanti in capo delle Forze Armate Usa, gen. Martin Dempsey, dichiara alla CNN che “le opzioni che stiamo sviluppando hanno raggiunto un punto che le rende eseguibili ove necessario”, e aggiunge: “la mia maggiore preoccupazione è che gli Iraniani sottovalutino la nostra determinazione”.<br />
Il 21 dicembre, Dennis Ross, uno degli strateghi filo-israeliani che da oltre trent&#8217;anni opera nelle posizioni più rilevanti della politica estera americana trasversalmente a tutte le amministrazioni Usa, come ho già avuto modo di documentare dettagliatamente (2), dichiara alla televisione israeliana Channel 10 che il presidente Obama sarebbe pronto a “fare un certo passo”, se necessario, e che “questo vuol dire che quando tutte le opzioni sono sul tavolo, se si sono esauriti tutti gli altri mezzi, si fa quello che è necessario”.<br />
Il 22 dicembre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, dopo avere svolto negli Usa una serie di incontri coi massimi vertici politico-militari israeliani (vedi <a title="Barak ha ottenuto l'assenso degli Usa ad attaccare?" href="http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1528" target="_blank">clarissa.it</a>), dichiara, a commento delle dichiarazioni ricordate finora: “esse confermano un fatto che ci era già noto a seguito dei nostri incontri riservati. Queste dichiarazioni mettono in chiaro all&#8217;Iran che si trova difronte ad un bivio vero e proprio”.<br />
Il 23 dicembre, infine, viene pubblicato sulla prestigiosa rivista del Council on Foreign Relations, <em>Foreign Affairs</em>, il contributo di Matthew Kroenig, un giovane promettente esperto delle problematiche dell&#8217;anti-terrorismo, con una già brillante carriera alle spalle: prima come analista militare della Cia nel 2004; poi come membro dell&#8217;ormai famoso Policy Planning Staff, l&#8217;ufficio di pianificazione politica del ministero della difesa nel 2005, periodo nel quale afferma di avere elaborato il primo piano di deterrenza Usa contro le reti terroristiche; quindi membro del già citato Council of Foreign Relations, il più importante thin-tank di politica internazionale statunitense, nel quale ha più volte rivestito il ruolo di consigliere; infine, dal 2010 al luglio 2011, consigliere speciale del ministro della Difesa Usa per lo sviluppo e l&#8217;attuazione della politica e la strategia di difesa americane in Medio Oriente.<br />
Questo testo, intitolato senza mezzi termini “Il momento di attaccare l&#8217;Iran – perché un attacco è il male minore” (3), è un&#8217;accurata analisi delle obiezioni finora sollevate contro l&#8217;ipotesi di una attacco militare chirurgico americano contro le installazioni nucleari iraniane. Kroenig si propone di dimostrare che “la verità è che un attacco militare rivolto a distruggere il programma nucleare dell&#8217;Iran, se gestito con attenzione, potrebbe evitare alla regione [mediorientale] ed al mondo una minaccia davvero concreta e potrebbe aumentare straordinariamente la sicurezza nazionale degli Usa a lungo termine”.<br />
Kroenig esamina i rischi di una politica di semplice deterrenza, per concludere che la “deterrenza implicherebbe giganteschi costi economici e geopolitici e dovrebbe essere mantenuta fintantoché l&#8217;Iran resta ostile agli interessi Usa, vale a dire come minimo per decenni”. Afferma che militarmente, grazie in special modo alle nuove bombe ad lato potenziale ed alta penetrazione (MOD, <em>Massive Ordnance Penetrator</em>), la distruzione dei maggiori siti nucleari iraniani è tecnicamente fattibile, senza il rischio di grandi perdite fra i civili. L&#8217;attacco, se ben condotto, potrebbe nello stesso tempo rendere chiaro all&#8217;Iran che è consigliabile evitare un allargamento del conflitto ed evitare anche brillantemente, come già avvenuto con l&#8217;Iraq, il rischio di un intervento diretto israeliano. Anche da quest&#8217;ultimo punto di vista, prima l&#8217;attacco viene attuato e meglio è, sia per prevenire autonome operazioni israeliane, sia per evitare il rafforzamento dell&#8217;Iran e l&#8217;adozione di maggiori misure di protezione dei siti obiettivo. Per concludere:<br />
“Con i conflitti in Afghanistan ed in Iraq in via di esaurimento e con gli Usa che stanno affrontando una dura crisi economica all&#8217;interno, gli Americani hanno poca voglia di ulteriori scontri. Tuttavia il rapido sviluppo del programma nucleare iraniano costringerà prima o poi gli Usa a scegliere tra un conflitto convenzionale ed una possibile guerra nucleare. Difronte a questa decisione, gli Stati Uniti devono condurre un attacco chirurgico contro le installazioni nucleari iraniane, assorbire l&#8217;inevitabile ritorsione e quindi tentare rapidamente di evitare l&#8217;escalation della crisi. Affrontare subito questa minaccia eviterà agli Usa di affrontare una situazione assai più pericolosa in futuro”.<br />
Alcuni commentatori israeliani, i più attenti in questo momento alla posizione Usa, interpretano come sintomo particolarmente significativo di una nuova impostazione americana questa lunga serie di prese di posizione e cominciano ad ipotizzare che davvero Obama potrebbe essersi convinto che l&#8217;attacco americano ai reattori iraniani sia preferibile ad un&#8217;autonoma azione israeliana, per una serie di ragioni importanti: in primo luogo, l&#8217;attacco Usa eviterebbe ai Paesi arabi di doversi affiancare all&#8217;Iran, cosa che non potrebbero evitare di fare nel caso in cui fosse lo Stato ebraico a colpire; poi, il recente ritiro delle truppe dall&#8217;Iraq evita agli Usa di offrire il destro a possibili ritorsioni, in un&#8217;area che gli iraniani potrebbero essere in grado di raggiungere; infine, Obama potrebbe essere tentato di adottare l&#8217;opzione militare anche alla luce delle elezioni dell&#8217;autunno 2012, perché in questo modo spunterebbe una delle armi più insidiose della propaganda repubblicana, l&#8217;accusa di essersi dimostrato debole nella politica estera, mediorientale in special modo (4).<br />
La stessa questione siriana, del resto, potrebbe avere una lettura più rivolta all&#8217;Iran ed al Libano che non all&#8217;obiettivo di abbattere Assad. I sintomi sono tanti: il rapimento di tecnici iraniani ospitati nel paese; lo spostamento di alcune unità americane ritirate dall&#8217;Iraq in prossimità della frontiera giordana che fronteggia il sud della Siria; la pressione militare turca da nord sul regime di Damasco; la possibilità che la caduta del regime di Assad crei le condizioni per un regolamento dei conti finale con Hezbollah in Libano, magari utilizzando i risultati dell&#8217;inchiesta sull&#8217;uccisione di Hariri, finora congelata nei suoi effetti giuridici. Caduto il regime di Assad in Siria, l&#8217;Iran si troverebbe completamente isolato e circondato da Paesi in grado di ospitare forze militari ostili.<br />
L&#8217;Iran per parte sua, proprio negli ultimi giorni, sta concentrando le proprie mosse dimostrative politico-miliari sul golfo di Hormuz, quasi a richiamare l&#8217;attenzione mondiale su l&#8217;effetto ritenuto più immediato di un&#8217;eventuale crisi militare nel Golfo – la possibile interruzione del flusso del petrolio, in un momento in cui la crisi economica mondiale non ha certo bisogno di un rialzo del prezzo delle materie prime strategiche. Nei giorni di Natale, l&#8217;Iran ha infatti svolto delle esercitazioni navali, assai modeste tecnicamente ma molto propagandate, proprio nell&#8217;area dello stretto. Proprio mentre l&#8217;amministrazione Obama si prepara a varare ulteriori misure economiche che porterebbero ad un vero e proprio strangolamento economico dell&#8217;Iran, il primo vice-presidente Mohammad-Reza Rahimi ha poi dichiarato che “nemmeno una goccia di petrolio passerà dallo stretto di Hormuz”, nel caso in cui gli Usa decidessero di imporre sanzioni che minaccino di impedire le esportazioni petrolifere iraniane.<br />
Non è quindi facile stabilire quanto la nuova posizione americana intenda semplicemente accrescere la pressione politica sull&#8217;Iran e quanto essa preluda invece realmente all&#8217;opzione militare. Certo è che sul piano strategico complessivo, l&#8217;eliminazione della questione iraniana nel 2012 rappresenterebbe un risultato decisivo per gli Stati Uniti, consentendo di presentare al mondo un Medio Oriente dal quale sono stati spazzati via tutti i nemici degli Usa e di Israele, un&#8217;area da plasmare secondo il modello della Primavera Araba, che, pur senza risolvere nessuno dei problemi del mondo arabo né del Medio Oriente, ha però sicuramente eliminato dalla scena qualsiasi forza anti-occidentale ed anti-israeliana, in particolare gli ultimi residui del nazionalismo arabo, il cui terzaforzismo aveva molto impensierito gli anglo-sassoni per alcuni decenni: in cambio, promette al futuro di questi Paesi una frammentazione etnico-religiosa che non promette nulla di buono per la loro stabilità interna.<br />
Certamente in queste settimane decisive una serrata partita di diplomazia e di intelligence è sicuramente in corso anche fra Usa ed Israele: lo Stato ebraico ha infatti tutto l&#8217;interesse a che siano gli Usa a incaricarsi dell&#8217;eliminazione dell&#8217;ultimo possibile avversario, ma non intende aspettare ancora molto prima di colpire, sapendo di essere perfettamente in grado di farlo; gli Stati Uniti devono valutare fino a che punto il proprio impegno diretto in Iran consentirà poi loro davvero di controllare, in un eventuale Medio Oriente normalizzato, l&#8217;ambizioso alleato. L&#8217;esperienza del passato ci insegna infatti che il solo reale beneficiario di un attacco militare contro l&#8217;Iran sarà lo Stato ebraico, che, regnando sul Medio Oriente come unica, incontrastabile potenza economica politica e militare, sarà pronto a risolvere in modo draconiano anche il problema palestinese.<br />
In ogni caso, la pace resterà ancora molto lontana.</p>
<p>(1) <em>The National Security Strategy of the United States of America</em>, 20 settembre 2002, p. 15. Si veda la discussione di dettaglio di questo argomento in G. Colonna, <em>Medio Oriente senza pace</em>, Edilibri, Milano, 2009.<br />
(2) G. Colonna, <em>Medio Oriente senza pace</em>, cit., pp. 226-227.<br />
(3) M. Kroenig, “Time to Attack Iran”, <em>Foreign Affairs</em>, vol. 91, n. 1, p. 76-86.<br />
(4) Si veda in particolare, C. Shalev, “Will a U.S. Attack on Iran become an Obama&#8217;s “October Surprise”?”, <em>Haaretz</em>, 27 dicembre 2011.</p>
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		<title>Il natale delle banche</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 13:00:54 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Nel corso del 2011 ci siamo sentiti ripetere che uno dei rischi più seri dell&#8217;attuale crisi economica è costituito dal pericolo del <em>credit</em><em> </em><em>crunch</em>, in parole povere dalla riduzione della disponibilità di denaro nel sistema creditizio. Le banche giustificano con questa paura la stretta creditizia che stanno praticando nei confronti di imprese e famiglie; su questa paura si sostiene l&#8217;accusa rivolta ai debiti pubblici di prosciugare le già scarse risorse finanziarie mondiali, aggravando quel rischio.</p>
<p align="JUSTIFY">La gravità della situazione del sistema creditizio mondiale potrebbe essere riassunta in tre cifre. La prima: in base ad un recentissimo studio, pubblicato poche settimane fa dall&#8217;autorevole Boston Consulting Group, la perdita complessiva del sistema bancario mondiale tra il 2008 ed il 2010 ammonterebbe a quasi 600 miliardi di euro(1). La seconda: il fabbisogno mondiale di denaro per portare le banche a disporre a bilancio di un capitale di almeno il 7% rispetto ai loro impieghi totali (si noti: 7 euro di capitale per garantirne 100 di impieghi&#8230;), come richiesto dallo standard Basilea 3, le banche necessiterebbero di ben 354 miliardi di euro, dei quali 221 sono a carico di quelle europee (2).La terza: secondo il <em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore,</em> il fabbisogno di credito da parte di imprese e consumatori a livello mondiale raggiungerebbe oggi i 5.000 miliardi di euro(3).<span id="more-309"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Sono questi i dati di base che confermano il rischio di una generalizzata paralisi del sistema creditizio mondiale: quella, per capirsi, per cui le banche fanno tante difficoltà a prestare denaro a famiglie e imprese, in netto contrasto con l&#8217;atteggiamento che tutti abbiamo sperimentato fino al 2008, quando esse rincorrevano aziende e famiglie, offrendo denaro a prezzi stracciati; quando comprare a rate un personal pc o un&#8217;automobile costava meno che pagando in contanti!</p>
<p align="JUSTIFY">In questi giorni, nei quali le persone comuni cercano la pace nelle festività natalizie, abbiamo però dinanzi agli occhi una serie di fatti che sollevano molte perplessità su questo ennesimo luogo comune e che ci danno un&#8217;idea sempre più chiara del funzionamento effettivo del sistema finanziario internazionale – obbligandoci a tornare ancora una volta sulla questione della moneta, del credito e del potere patologico delle forze finanziarie.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 21 dicembre infatti, la Banca Centrale Europea (BCE) ha inondato il sistema bancario europeo con un prestito di ben 489,2 miliardi di euro, ben oltre i 300 miliardi di euro che venivano stimati come effettivo fabbisogno. Economisti citati dal <em>New</em><em> </em><em>York</em><em> </em><em>Times</em><em> </em>(4) stimano che, di questa somma, tra 190 e 270 miliardi di euro siano costituiti da nuove risorse (nuovo denaro), il resto dal rinnovo di prestiti precedentemente concessi: teniamo sempre presente che si tratta di denaro di cui la BCE ha disponibilità solo grazie alle politiche di rigore che gli Stati europei stanno adottando – sono quindi risorse finanziarie che provengono in definitiva dal lavoro dei cittadini.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo denaro è stato offerto alle banche con scadenza a tre anni, ad un tasso d&#8217;interesse dell&#8217;1%, condizioni quindi assolutamente favorevoli per le banche. L&#8217;intento, dice il <em>New</em><em> </em><em>York</em><em> </em><em>Times</em>, è quello di rendere “disponibile nuovo denaro per comprare buoni del tesoro governativi a breve termine che hanno una maggiore redditività o interessi più alti, come nel caso dei bond a due anni del governo spagnolo, che rendono il 3,64%”. Permettendo in tal modo alle banche di guadagnare lautamente sul sostegno all&#8217;indebitamento dei governi più in difficoltà.</p>
<p align="JUSTIFY">Per facilitare questa operazione di ri-finanziamento del ciclo speculativo europeo, la BCE, un vero Babbo Natale per il sistema finanziario, si è resa disponibile ad ampliare anche la tipologia dei cosiddetti “collaterali”, le garanzie che le banche stesse devono esibire quando attingono al prestito, in modo da renderlo più agevole anche per piccole banche che di norma non dispongono di sufficienti garanzie. “Si tratta di un successo da diversi punti di vista” – dice Nicolas Véron, ricercatore di un&#8217;organizzazione con sede a Bruegel, citato dal <em>New</em><em> </em><em>York</em><em> </em><em>Times</em>. “Il problema è che espone la BCE ai rischi collegati alle banche stesse, poiché nessuno conosce la qualità dei collaterali che esse stanno fornendo in garanzia”.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondo notizie dell&#8217;agenzia <em>Reuters</em>, ben 523 istituti bancari europei hanno prontamente approfittato di questa generosa offerta, tra i quali pare che UniCredit e Intesa Sampaolo abbiano attinto oltre una settantina di miliardi di euro, garantiti da circa 40 miliardi di euro di “collaterali”(5).</p>
<p align="JUSTIFY">Grazie a queste notizie, si chiarisce subito che la generosa iniezione di risorse nel sistema bancario europeo non è destinata affatto a sostenere il credito all&#8217;economia reale: non sono cioè soldi destinati alle famiglie ed alle imprese, ma a perpetuare il meccanismo della speculazione finanziaria che ha generato per anni la parte più consistente dei guadagni delle banche nell&#8217;ultimo decennio e che è stata poi, con le sue gigantesche perdite, le cui dimensioni non sono ancora mai state quantificate, la vera origine della crisi. Evitare che si arresti questo ciclo speculativo, guadagnando tempo per evitare che vengano allo scoperto quelle perdite; permettere che a queste risorse si aggiungano altri soldi pubblici per sostenere le banche in difficoltà, attraverso meccanismi come quelli delle cosiddette <em>bad</em><em> </em><em>bank</em>, vale a dire tramite l&#8217;assunzione da parte dello Stato delle perdite – come si sta pensando di fare in Germania (6). Questa risulta essere la strategia della Banca Centrale Europea diretta da Draghi e dell&#8217;authority europea delle banche (EBA), secondo il modello della <em>Federal</em><em> </em><em>Reserve</em> Usa.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma vi è di più: apprendiamo infatti che solo tre giorni dopo questa iniezione di denaro, vale a dire alla Vigilia di Natale, ben 82 miliardi di euro erano già rientrati alla BCE (7) – una cifra che stabilisce una record di restituzioni alla Banca Centrale dal giugno 2010, prima cioè che la crisi europea assumesse i toni catastrofici cui siamo abituati dallo scorso luglio 2011. Una notizia apparentemente sorprendente: se infatti il fabbisogno di liquidità è così impellente, se il denaro è così scarso nel sistema creditizio mondiale, come mai le banche hanno già restituito il denaro preso in prestito? Perché non lo hanno utilizzato per ridare fiato alla circolazione interbancaria? Perché non se ne sono servite per ricapitalizzarsi? Anche in termini di pura speculazione, infatti, si tratta di un evidente non senso: lo dice il rapporto fra il costo di questo denaro, ottenuto come si è già visto ad un tasso dell&#8217;1%, ed il tasso attivo praticato dalla BCE sui suoi conti correnti di appena lo 0,25%.</p>
<p align="JUSTIFY">Per risolvere questo singolare enigma, il <em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore</em><em> </em>suggerisce di attendere ancora qualche giorno: potrebbe infatti trattarsi di una semplice operazione di “parcheggio” di questi fondi presso la BCE, in attesa di investimenti più redditizi, come quelli nei bond spagnoli di cui parlava il <em>New</em><em> </em><em>York</em><em> </em><em>Times</em>. Ma vi è un&#8217;altra ipotesi a spiegare le ragioni del mancato utilizzo sui circuiti del credito di tutti questi soldi: “le banche – scrive Moryia Longo sul giornale di Confindustria, preferiscono perdere, piuttosto che rischiare prestando quei denari a qualche altra banca o a qualche impresa”.</p>
<p align="JUSTIFY">Scopriamo così, grazie al dono natalizio della BCE, un aspetto importante e insieme impressionante della crisi. In realtà infatti esistono ancora grandi masse di capitali nel mondo, solo che sono immobilizzate nei forzieri delle grandi entità finanziarie: i soldi rientrati prontamente nelle casse della BCE sono infatti solo spiccioli se si considera che le banche Usa, secondo i calcoli di Mps Capital Service, citati dallo stesso articolo del <em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore</em>, hanno in deposito presso la <em>Federal</em><em> </em><em>Reserve</em> “riserve in eccesso” per ben 1.500 miliardi di dollari (rispetto ai 1.000 di gennaio 2011); che le imprese Usa hanno poi liquidità ferma nelle loro casse per altri 2.100 miliardi di dollari; e, per finire, che la Cina ha nei forzieri del governo la più ricca disponibilità di riserve mai detenute da uno Stato nella storia dell&#8217;umanità, stimate in 3.200 miliardi di dollari.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono in tutto quasi 7.000 miliardi di dollari tesaurizzati e sottratti alla circolazione mondiale dei capitali. E non c&#8217;è bisogno di essere professori di economica per capire che il fabbisogno mondiale di credito alle imprese e famiglie, stimato in 5.000 miliardi di dollari, sarebbe ampiamente soddisfatto solo che queste risorse venissero poste in circolazione nell&#8217;economia reale e non in quella speculativa; e ci sarebbe capienza anche per ricapitalizzare le banche mondiali. Per tacere del fatto che, mentre il valore dell&#8217;intero prodotto mondiale nel 2010 è stato di circa 70.000 miliardi di dollari, la “sola” speculazione finanziaria sui titoli derivati fuori dai circuiti controllati, escludendo quindi il valore dei mercati borsistici internazionali e del mercato dei cambi, è valutata nel 2011 da <em>Der</em><em> </em><em>Spiegel</em> in ben 708.000 miliardi di dollari!</p>
<p align="JUSTIFY">Scopriamo quindi che il credito manca all&#8217;economia reale perché il denaro continua ad essere indirizzato ad alimentare le operazioni della finanza internazionale, a tesaurizzare riserve a copertura delle perdite che i grandi operatori sanno di avere prodotto, al possibile salvataggio di banche decotte (come nel caso da manuale di <em>Northern</em><em> </em><em>Rock</em>), nonché al supporto ai deficit di bilancio di sistemi politici in fallimento come le democrazie parlamentari occidentali. L&#8217;emissione di titoli di Stato, infatti, come ha giustamente mostrato Luciano Gallino e come molti ancora oggi si dimenticano di ricordare, è uno dei meccanismi più efficienti mediante i quali le banche centrali creano moneta dal nulla (8), indebitando i cittadini a loro insaputa: un&#8217;indebitamento delle collettività contro il quale oggi tuonano molti economisti, facendo finta di ignorare che si tratta di un aspetto fisiologico del funzionamento del capitalismo finanziario.</p>
<p align="JUSTIFY">Dalle cifre che abbiamo citato si ricava che il credito manca oggi perché le risorse finanziarie accumulate in questi anni non vengono poste in circolazione nell&#8217;economia reale, nonostante sia ben noto a qualsiasi persona di buon senso che si occupi di economia che la circolazione del denaro è un elemento fondamentale per la salute di qualsiasi organismo economico umano. <span style="font-family:Garamond,serif;">È</span> la consapevolezza dell&#8217;enormità dei deficit provocati che spinge i grandi creatori del debito mondiale a trattenere nei propri forzieri il denaro, per guadagnare tempo evitando l&#8217;interruzione del ciclo speculativo che porterebbe allo scoperto le gigantesche perdite prodottesi in questi anni sia sui mercati ufficiali che su quelli paralleli non controllati da nessuno. E sperando che nel frattempo le gigantesche operazioni di rastrellamento di denaro dalle tasche dei cittadini, mediante le “grandi manovre” dei governi tecnici, producano il denaro necessario a che quelle perdite vengano coperte o che ne venga diluita nel tempo la fuoriuscita allo scoperto. Giacché è questo l&#8217;unico significato logico delle operazioni di “salvataggio”: non si tratta, come dice Monti, di salvare l&#8217;Italia o l&#8217;Europa – si tratta di salvare dal tracollo le grandi aziende finanziarie internazionali.</p>
<p align="JUSTIFY">Un gioco al quale si prestano anche, dimenticando gli insegnamenti di grandi capitalisti come Henry Ford e dello stesso Adam Smith, le imprese più collegate ai grandi circuiti finanziari, che si tengono stretti i soldi, nel timore del <em>credit</em><em> </em><em>crunch</em> ma anche nella speranza di quei remunerativi impieghi speculativi ai quali si sono abituate negli ultimi tre decenni – tradendo il compito che sarebbe loro primario nei sistemi di libera impresa, quello di investire nello sviluppo di nuovi prodotti e di dare lavoro alle persone. Il gioco al quale, infine, si presta ben volentieri anche la Cina, alla testa delle nuove forze del capitalismo di Stato, tipiche dei Paesi emergenti, accumulando riserve gigantesche, consapevole che in questo modo avrà in mano un&#8217;arma geo-politica decisiva per il decennio che si apre, un&#8217;arma che potrebbe ridisegnare i rapporti di potenza a livello mondiale – anche grazie ad un&#8217;abile politica di acquisizione di infrastrutture industriali e logistiche, in primo luogo proprio approfittando della crisi in Europa (9).</p>
<p align="JUSTIFY">Solo inquadrandolo in una prospettiva così ampia, si può rilevare il vuoto di idee della battaglia “ideologica” sul come affrontare in Europa la stretta creditizia, giacché essa evita accuratamente di affrontare la questione centrale, di chi cioè debba avere il potere di immettere denaro sui mercati. Da un lato, pesando alle recessioni degli anni Trenta del secolo scorso, vi è il timore che l&#8217;emissione di denaro crei inflazione; altri invece, pensando alle politiche del secondo dopoguerra, invocano il ritorno a politiche keynesiane, per ridare fiato allo sviluppo, tornando a vedere nella “mano pubblica” la via di uscita dalla recessione (10). In entrambi i casi, sono vecchie idee, seguendo le quali ripercorreremmo strade disastrosamente già percorse dal capitalismo: strade che, di crisi in crisi, hanno costruito lo straordinario potere della finanza internazionale, che ha sovrapposto all&#8217;organismo sociale umano un&#8217;economia artificiale speculativa che opprime l&#8217;economia reale, nonostante questa debba poi ogni volta farsi carico, come sta accadendo grazie ai governi “tecnici”, del salvataggio del sistema.</p>
<p align="JUSTIFY">Il cosiddetto <em>quantitative</em><em> </em><em>easing</em> (letteralmente: “agevolazione quantitativa”), ultima forma di creazione di denaro dal nulla, utilizzato dalla <em>Federal</em><em> </em><em>Reserve</em> Usa per alimentare il sistema bancario nel momento più drammatico della crisi del 2007-2008, indebitando i governi e i cittadini, e perpetuando i meccanismi della speculazione finanziaria, mostra che il potere di emettere moneta deve essere sottratto alle banche. Ma questo potere deve essere altresì sottratto alla funzione politica, dal momento che lo Stato, nelle democrazie parlamentari, è ormai ostaggio dei poteri forti della stessa finanza internazionale: basta conoscere il già ricordato meccanismo di creazione del debito conseguente al potere delle banche di creare denaro dal nulla, e studiare in dettaglio chi sono i cosiddetti <em>primary</em><em> </em><em>dealer</em> (gli acquirenti più importanti) del debito pubblico italiano.</p>
<p align="JUSTIFY">Di nuovo risulta evidente come sia necessario, perché l&#8217;economia reale torni a dominare correttamente la vita sociale, che le decisioni essenziali sull&#8217;economia, diventino di competenza esclusiva dei produttori (imprenditori, tecnici, lavoratori) e dei consumatori, organizzati in Camere dell&#8217;Economia, in cui essi siano pariteticamenti presenti. In una prospettiva radicalmente innovativa di questo tipo, deve spettare a chi abbia una relazione diretta con l&#8217;organizzazione e del funzionamento dei sistemi produttivi, la decisione ed il controllo sulla quantità, sulla distribuzione e sulla durata del valore della moneta, giacché solo in questo modo il denaro resterebbe collegato all&#8217;economia reale: le banche, a questo punto, svilupperebbero il loro ruolo sociale, di pura gestione tecnica del credito; l&#8217;emissione di moneta resa proporzionale alla ricchezza effettivamente prodotta dallo spirito di iniziativa, dal lavoro e dalle capacità umane, ridarebbe energia e libertà alla vita economica reale; il credito, restituito all&#8217;iniziativa ed al lavoro, riattiverebbe una sana circolazione del denaro, come linfa vitale del ciclo di produzione, trasformazione, consumo.</p>
<p align="JUSTIFY">Per questa via occorre incamminarsi coraggiosamente, trattandosi della sola possibilità che resta ai popoli di riscattare il loro lavoro dal potere dei padroni del denaro che per questo si considerano i “padroni dell&#8217;universo”.</p>
<p align="JUSTIFY">(1) R. Dayal, Gerol Grasshoff, Douglas Jackson, Philippe Morel, Peter Neu, “Facing New Realities in Global Banking”, <em>Risk</em><em> </em><em>Report</em><em> </em><em>2011</em>, The Boston Consulting Group, dicembre 2011 (scaricabile on line dal sito della BCG).</p>
<p align="JUSTIFY">(2) Ivi.</p>
<p align="JUSTIFY">(3) M. Longo, “Effetto crisi e Basilea 3: credit crunch mondiale stimato il 5mila miliardi”, <em>Il</em><em> </em><em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore</em>, 18 dicembre 2011.</p>
<p align="JUSTIFY">(4) N.D. Schwartz, D. Jolly, “European Bank in Strong Move to Loosen Credit”, <em>The</em><em> </em><em>New</em><em> </em><em>York</em><em> </em><em>Times</em>, 21 dicembre 2011.</p>
<p align="JUSTIFY">(5) S. Bernabei, L. Togni, “Italian banks tap €116 of ECB loans”, <em>Reuters</em>, 21 dicembre 2011.</p>
<p align="JUSTIFY">(6) A. Merli, “Berlino prepara la bad bank”, <em>Il</em><em> </em><em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore</em>, 10 dicembre 2011.</p>
<p align="JUSTIFY">(7) M. Longo, “Il maxi-prestito Bce parcheggiato a Francoforte”, <em>Il</em><em> </em><em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore</em>, 24 dicembre 2011.</p>
<p align="JUSTIFY">(8) L. Gallino, <em>Finanzcapitalismo,</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>civiltà</em><em> </em><em>del</em><em> </em><em>denaro</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>crisi</em>, Einaudi, Torino, 2011, p. 177.</p>
<p align="JUSTIFY">(9) L. Vinciguerra, “La Cina mette gli occhi sugli asset strategici Ue”, <em>Il</em><em> </em><em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore</em>, 24 dicembre 2011.</p>
<p align="JUSTIFY">(10) Si veda l&#8217;intervento, tipico della finanza “di sinistra”, di Carlo De Benedetti, “Da Francoforte un colpo a salve”, <em>Il</em><em> </em><em>Sole</em><em> </em><em>24</em><em> </em><em>Ore</em>, 24 dicembre 2011.</p>
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		<title>Dal Pacifico al Medio Oriente, gli effetti dell&#8217;affermarsi della Cina</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 14:19:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Mentre l&#8217;Europa è alle corde a motivo della crisi finanziaria, proseguono le grandi manovre politico militari nell&#8217;Oceano Pacifico, area geopolitica in rinnovata espansione.</p>
<p align="JUSTIFY">La visita del presidente americano Obama in Australia a metà novembre ha prodotto risultati molto significativi: facendo seguito al suo discorso, che ha esaltato la più che sessantennale collaborazione militare fra Usa, Australia e Nuova Zelanda nell&#8217;ambito dell&#8217;ANZUS (la Nato del Pacifico sud-occidentale), Julia Gillard, la primo ministro australiana ha dichiarato, facendo seguito al discorso di Obama, che “la nostra regione star crescendo economicamente ma la stabilità è altrettanto importante per la crescita economica; e la nostra alleanza è stata una delle basi della stabilità nella nostra regione”.<span id="more-303"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Obama, da parte sua, ha ribadito che gli Stati Uniti stanno spostando la loro attenzione della guerra contro il terrorismo alle questioni dell&#8217;economia e della sicurezza nell&#8217;Asia Orientale e nel Pacifico, aggiungendo significativamente che il messaggio che gli Usa inviano all&#8217;Asia ed al Pacifico è: “siamo qui per restare”. Dichiarazione davvero importante, alla quale in Europa dovremmo prestare molta maggiore attenzione, memori del fatto che, storicamente, delle due anime della politica internazionale ed imperiale Usa, l&#8217;una orientata verso l&#8217;Atlantico l&#8217;altra estesa sul Pacifico, quest&#8217;ultima, rivolta all&#8217;Asia orientale, è la più antica e vigorosa, assai più che quella transatlantica, rivolta com&#8217;è ad una Europa, che gli americani hanno sempre finito per considerare antiquata patria del dispotismo e dei vincoli all&#8217;economia.</p>
<p align="JUSTIFY">In base all&#8217;accordo sottoscritto in occasione di questa storica visita, per la prima volta nella storia del secondo dopoguerra, gli Usa dispiegheranno fino a 2.500 marines in Australia, accrescendo anche la cooperazione fra le aviazioni militari dei due Paesi.</p>
<p align="JUSTIFY">Come se non bastasse, nella stessa settimana, il ministro degli esteri Usa Hillary Clinton ha firmato una dichiarazione di sostegno ad un trattato militare difensivo bilaterale fra gli Usa e le Filippine, un Paese dove il radicamento dell&#8217;influenza americana dura dalla fine dell&#8217;Ottocento.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono ovviamente tutti messaggi molto chiari rivolti in primo luogo alla Cina, il cui crescente profilo militare non è più sottovalutabile da parte degli Stati Uniti. I nuovi passi americani sono stati subito accolti con molta preoccupazione da parte del governo cinese, il cui portavoce Liu Weimin ha fatto notare che sarà necessario iniziare a discutere del crescente dispiegamento di forze Usa in Asia, precisando che la Cina non ha mai fatto parte di alcuna alleanza militare con Paesi dell&#8217;area, come quelle costituite dagli Usa.</p>
<p align="JUSTIFY">È vero del resto che nelle stesse settimane è divenuta operativa la prima portaerei cinese: una unità navale originariamente ucraina che è stata acquistata nel 1998 e quindi profondamente ristrutturata per corrispondere alle esigenze della nuova grande potenza asiatica. Ad essa si dovrebbero aggiungere almeno altre due unità di questo tipo (di cui una a propulsione nucleare), per guidare i tre gruppi navali che la Cina si propone di dislocare a protezione dei suoi interessi economici e politici nel Pacifico.</p>
<p align="JUSTIFY">Il programma di costruzione navale cinese, che comprende anche una trentina di altre unità di vario tipo, si accompagna alla strategia che da oltre un quinquennio vede la Repubblica Popolare creare una catena di basi navali di supporto tra il Pacifico e l&#8217;Oceano Indiano, la cosiddetta strategie del “filo di perle”: Akyab, Cheduba e Bassein nel Myanmar; Chittadong, in Bangladesh; Trincomalee nello Sri Lanka, per finire con Gwadar, in Pakistan la cui costruzione, iniziata nel 2002, è finanziata dalla Cina all&#8217;80% (per oltre 248 milioni di dollari). Collocata a soli 72 km dall&#8217;Iran e a 400 dallo Stretto di Hormuz, Gwadar consentirà di supportare le forze navali cinesi impegnate a garantire la sicurezza del flusso di idrocarburi che in quantità crescente alimentano dal Medio Oriente la crescita industriale cinese.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio l&#8217;annuncio del ministro della difesa pakistano sulla collaborazione pakistano-cinese nella costruzione di questa base, dello scorso 23 maggio, ha sicuramente turbato gravemente i già tesi rapporti tra gli Usa ed il Pakistan e costretto i primi a ripensare tutta la propria organizzazione logistica dell&#8217;Afghanistan. Lo proiezione di potenza cinese viene quindi a collegare il teatro del Pacifico alla situazione medio-orientale, imponendosi come la questione strategica fondamentale per gli Stati Uniti nel XXI secolo.</p>
<p align="JUSTIFY">Le implicazioni di questo mutamento sono moltissime. Il Medio Oriente acquisisce una nuova importanza: non è più solamente il teatro dello “scontro di civiltà” fra Islam, Cristianesimo e Giudaismo; non è più solo il luogo deputato al <em>democracy building</em>; non è più solo il campo di battaglia contro il terrorismo internazionale e contro gli “stati canaglia” – esso diviene oggi la frontiera terrestre principale nei confronti della Cina, per la quale le fonti energetiche medio-orientali sono ora un elemento strategico essenziale.</p>
<p align="JUSTIFY">La stabilizzazione del Medio Oriente attraverso la eliminazione di regimi potenzialmente ostili, come quelli libico, siriano, iraniano – diventa dunque complementare e logico sviluppo di quanto avvenuto negli ultimi venti anni, alla luce della possibilità che la Cina possa inserirsi, come ha già mostrato di saper fare, nei complessi giochi medio-orientali.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma anche la politica Usa verso la Russia deve tenere conto di queste nuove esigenze, in quanto la brusca fine del rapporto speciale con il Pakistan sta dando importanza vitale a quella <em>Northern Distribution Network</em> (NDN), la rete di comunicazione stradale e ferroviaria che, partendo dai porti baltici e attraversando tutta la Russia, alimenta oggi da nord gran parte dello sforzo bellico Usa e Nato in Afghanistan – un&#8217;impresa logistica da incubo, che richiede una Russia non pregiudizialmente ostile agli interessi occidentali. Ciò che spiega assai bene le crescenti interferenze americane nella politica interna russa, interferenze che non si verificavano più dai tempi della guerra fredda.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;Afghanistan, infine, come tradizionale cerniera fra Asia, Russia e Medio Oriente, acquisisce una nuova importanza, non più solo nel tradizionale “grande gioco” anglosassone di contenimento della Russia e di blocco alla sua corsa ai “mari caldi”; non più soltanto quale porta di accesso alle grandi risorse energetiche delle repubbliche centro-asiatiche ex-sovietiche; l&#8217;Afghanistan è ora prima di tutto punto di controllo dell&#8217;intera massa continentale euro-asiatica, nella quale sta avanzando a passi da gigante un&#8217;antica e insieme nuova forza da Oriente, la Cina appunto.</p>
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		<title>Monti: dall&#8217;alta finanza la fine della politica</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 14:25:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;attuale crisi economica ha la sua origine nella speculazione che nel corso degli anni Novanta e nei primi anni del nuovo secolo, grazie alla creazione dal nulla di moneta e a nuovi strumenti di scommessa sul valore futuro di titoli e materie prime (futures, bond, derivati, ecc., nel complesso stimati prudenzialmente in oltre 500.000 miliardi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gcolonna.wordpress.com&amp;blog=5881198&amp;post=299&amp;subd=gcolonna&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L&#8217;attuale crisi economica ha la sua origine nella speculazione che nel corso degli anni Novanta e nei primi anni del nuovo secolo, grazie alla creazione dal nulla di moneta e a nuovi strumenti di scommessa sul valore futuro di titoli e materie prime (<em>futures</em>, <em>bond</em>, derivati, ecc., nel complesso stimati prudenzialmente in oltre 500.000 miliardi di dollari, più di 10 volte il PIL mondiale), ha consentito straordinari profitti alle grandi società multi-nazionali dell&#8217;alta finanza, determinando una “moltiplicazione del debito” a carattere di massa, mai conosciuto in precedenza nella storia mondiale.<span id="more-299"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Quando la crisi è esplosa, tra l&#8217;estate del 2007 e l&#8217;autunno del 2008, il governo statunitense in primo luogo e, su sua spinta, l&#8217;Unione Europea, hanno fornito uno straordinario sostegno finanziario alle principali società finanziarie, dopo il crollo di alcune di esse (14 settembre 2008, fallimento della Lehman&#8217;s Brothers): migliaia di miliardi di dollari sono stati rastrellati sui mercati dei capitali per supportare le istituzioni finanziarie, in tal modo assicurando impunità ed immunità al mondo della finanza speculativa, evitando che la grande bolla dei “titoli tossici” esplodesse, rivelando l&#8217;inconsistenza in termini reali degli <em>asset</em> dichiarati dalle maggiori istituzioni finanziarie.</p>
<p align="JUSTIFY">Oltre a riversare le perdite delle grandi banche sulla collettività, nel momento in cui la crisi globale del sistema produttivo statunitense fa dell&#8217;economia Usa il grande malato mondiale, la strategia della presidenza Obama ha gettato sull&#8217;Europa, che tentava di bilanciare il sostegno all&#8217;alta finanza con la conservazione dell&#8217;economia sociale di mercato di impronta mitteleuropea, la responsabilità del cosiddetto “debito sovrano” mondiale, nonostante spesso in Europa, come nel caso italiano, il debito pubblico, segno distintivo di un&#8217;inefficienza derivante dai condizionamenti della partitocrazia, si accompagna in realtà a economie vitali e dinamiche, assai meno schiave del debito di quelle anglo-sassoni.</p>
<p align="JUSTIFY">La crisi finanziaria di Wall Street si è così trasformata, nel corso del 2011, in un vero e proprio attacco al sistema politico-economico dell&#8217;Unione Europea, spinto ad arroccarsi intorno alla difesa della moneta unica, in quanto privo di una qualsivoglia proposta alternativa: la Grecia, un&#8217;economia drogata dall&#8217;ingresso del Paese nell&#8217;euro, ha così rappresentato il tallone d&#8217;Achille dell&#8217;Unione, occasione ideale per la leadership europea imperniata su Germania e Francia di allinearsi fedelmente alla politica nordamericana di supporto alla finanza internazionale, senza riuscire ad elaborare strategie diverse da quelle che un tempo si chiamavano del <em>Washington consensus, </em>dimostratesi perdenti negli anni Novanta, come insegnano oggi il caso Argentina ed il caso Islanda.</p>
<p align="JUSTIFY">Sulla Grecia e poi sull&#8217;Italia, i Paesi mediterranei nei quali lo Stato nazionale moderno è storicamente debole e soggetto al condizionamento dei poteri forti, si è quindi concentrato l&#8217;attacco della speculazione finanziaria nel corso dell&#8217;estate 2011, grazie ad un&#8217;accurata regia delle società di rating (che, controllate dai maggiori fondi di investimento internazionali, hanno sostenuto le società della speculazione anche quando prossime al fallimento) e dei maggiori gruppi finanziari: assumere il controllo di questi Paesi diventa ora strategico, affinché il salvataggio della finanza speculativa sostenuto dalla moneta europea non travolga economie come quella francese e tedesca, crisi che potrebbe suscitare una reazione europea contro le scelte degli Usa.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio quando, come suo ultimo atto alla guida del <em>Financial Stability Board</em>, Mario Draghi stilava la lista delle <em>Global Sistemically Important Financial Institutions</em> (G-Sifi), le 29 banche a livello mondiale, fra le quali undici banche europee, <em>too big to fail</em> (“troppo grandi per fallire”), i due anelli politicamente più deboli dell&#8217;Unione Europea, Grecia e Italia, vengono posti sotto il controllo delle istituzioni comunitarie, del FMI e della stessa amministrazione americana (si vedano gli arroganti moniti del ministro statunitense dell&#8217;economia Timothy Geithner, in occasione della sua inusuale partecipazione al vertice Eurogruppo dell&#8217;11 settembre, su invito di una compiacente Polonia).</p>
<p align="JUSTIFY">Poi, dinanzi al rischio di reazioni e resistenze “politiche” nei due Paesi (il referendum in Grecia di Papandreu; i tentativi di guadagnare tempo di un Berlusconi sbeffeggiato dai partner comunitari), si arriva allo straordinario, all&#8217;inedito, alla diretta imposizione di candidati “tecnici”, premier espressione degli interessi finanziari internazionali, quali apertamente sono Mario Monti e Lucas Papadimos.</p>
<p align="JUSTIFY">Si tratta di un&#8217;imposizione che colpisce alla radice i principi essenziali insieme della sovranità politica (come teorizzata a partire dal Seicento) e della democrazia rappresentativa (come organizzata a partire dal XIX secolo): abbiamo infatti per la prima volta l&#8217;ascesa di capi di governo non espressi né dalle istituzioni parlamentari né dalla stessa Nazione, una manifestazione realmente nuova dell&#8217;<em>arcanum imperii</em>, nella quale a un “colpo <em>di</em> stato” si somma un “colpo <em>allo</em> Stato”, nel senso che in questa maniera si annienta istituzionalmente il cuore giuridico dello Stato-nazione moderno, senza alcun bisogno di una rivoluzione alla 1789 e alla 1917, vale a dire come la intendevamo finora – a dimostrazione della fine della politica.</p>
<p align="JUSTIFY">Non colpisce che si sia finalmente arrivati a mostrare che il re democratico “è nudo” dinanzi al potere patologicamente acquisito, nel corso del XX secolo, dal capitalismo finanziario internazionalizzato. Non sorprende nemmeno che il mondo dei grandi interessi economici, di orientamento sia massonico che cattolico, plauda oggi all&#8217;ipotesi Monti in Italia. Da questo punto di vista, si tratta di un passaggio storico importantissimo, certo, ma solamente perché dà agli attori mascherati della storia italiana la tranquillità di poter scoprire finalmente il loro gioco che quasi ininterrottamente dura da centocinquant&#8217;anni.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma quello che è veramente utile, è bene dirlo con estrema chiarezza, è che la sinistra italiana, sostenendo Mario Monti, ha finalmente concluso il percorso su cui è stata abilmente portata per mano, nel corso di meno di un secolo: dalla scelta di servire gli alleati anglo-americani nel &#8217;43-45, all&#8217;adesione alla Nato con Berlinguer, al supporto alle azioni di polizia internazionale anglo-sassone (Balcani, Iraq, Afghanistan, Libia), all&#8217;omaggio di D&#8217;Alema alla City londinese, finalmente al sostegno all&#8217;uomo di Goldman Sachs, della Trilateral, dell&#8217;Aspen Institute, del Gruppo Bilderberg. Chi oggi in Italia si identifica ancora con la sinistra italiana, non potrà dunque più fingere di sapere chi sono i veri padroni e chi sono i loro servi.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo ci fa sperare che da ora in poi si possa finalmente tornare a parlare con consapevole spregiudicatezza del ruolo dello Stato, dell&#8217;organizzazione dell&#8217;economia, del significato della libertà. Solo da qui può partire il cambiamento ed il rinnovamento dell&#8217;Italia e dell&#8217;Europa.</p>
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		<title>Crisi globale, primavera araba e attacco all&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 14:18:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mentre l&#8217;attenzione mondiale è comprensibilmente concentrata sulla crisi sistemica che sta colpendo con sempre maggiore profondità l&#8217;Occidente, si moltiplicano negli ultimi giorni i segnali di una decisione occidentale sull&#8217;attacco all&#8217;Iran: uno scenario bellico certo non nuovo che vedrebbe l&#8217;azione congiunta di forze missilistiche e aeree anglo-americane colpire partendo dal Golfo Persico e dall&#8217;Oceano Indiano, col [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gcolonna.wordpress.com&amp;blog=5881198&amp;post=294&amp;subd=gcolonna&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre l&#8217;attenzione mondiale è comprensibilmente concentrata sulla crisi sistemica che sta colpendo con sempre maggiore profondità l&#8217;Occidente, si moltiplicano negli ultimi giorni i segnali di una decisione occidentale sull&#8217;attacco all&#8217;Iran: uno scenario bellico certo non nuovo che vedrebbe l&#8217;azione congiunta di forze missilistiche e aeree anglo-americane colpire partendo dal Golfo Persico e dall&#8217;Oceano Indiano, col supporto di azioni chirurgiche delle forze speciali sul terreno. Per tale ragione, gli Usa avrebbero già chiesto di utilizzare la base britannica di Diego Garcia nell&#8217;Oceano Indiano e starebbero rafforzando il proprio dispositivo aereo-navale nel Golfo Persico, intensificando la cooperazione militare già in atto da tempo con Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar, con gli Emirati Arabi Uniti e con l&#8217;Oman.<span id="more-294"></span><br />
Sul piano dei fatti documentati, possiamo registrare l&#8217;addestramento per azioni a lungo raggio che Israele sta svolgendo nelle ultime settimane nel poligono militare di Decimomannu, in Italia: una circostanza non nuova, come abbiamo già scritto in passato su www.clarissa.it, anche se la presenza di ben sei squadroni di varie specialità dell&#8217;aviazione israeliana è sicuramente un fatto senza precedenti, rivelatore anche della crescente agibilità per Israele nei cieli italiani.<br />
Sempre l&#8217;aviazione israeliana ha poi svolto la scorsa settimana, secondo notizie di stampa non smentite, un lancio sperimentale di un nuovo missile a lungo raggio, dalla base di Palmahim, un test che ha lasciato una scia visibile nei cieli di tutta la parte centrale dello Stato ebraico.<br />
Si tratta quindi complessivamente di un evidente potenziamento della componente offensiva israeliana, che si va ad integrare con la disponibilità del sistema di difesa antimissile Iron Dome, di cui ci siamo più volte occupati su questo sito, ultimamente assai discusso anche sul piano tecnico dagli specialisti per i non completi successi contro i lanci di razzi da Gaza.<br />
Il livello di dettaglio di queste notizie potrebbe far ritenere che si tratti semplicemente di una modalità, non nuova ai rapporti internazionali, di esercitare pressioni indirette sull&#8217;Iran, allo scopo di evitare di dover ricorrere al confronto militare diretto. Ma vi sono alcuni elementi che fanno pensare che l&#8217;affiorare di informazioni così delicate sia solo parte del confronto in atto sulla tattica da adottare nei confronti della questione iraniana, non certo sulla prospettiva strategica di colpire a fondo l&#8217;Iran.<br />
Secondo il giornale kuwaitiano <em>Al-Jarida</em>, infatti, sarebbero stati gli ex responsabili del Mossad, Meir Dagan, e dello Shin Bet, Yuval Diskin, a lasciar trapelare queste indiscrezioni. Se ne dovrebbe dedurre che alti esponenti dell&#8217;intelligence israeliana sarebbero contrari ad un attacco diretto all&#8217;Iran, probabilmente ritenendo che la campagna di guerra informatica e di uccisioni mirate di scienziati iraniani sia la soluzione più efficace oltreché meno azzardata.<br />
In tal modo, gli ambienti dell&#8217;intelligence si inserirebbero nel dibattito in corso nel governo israeliano, dove il primo ministro Netanyahu ed il ministro della difesa Barak, da tempo decisi ad un&#8217;azione di forza, avrebbero portato sulle loro posizioni anche il ministro degli esteri Avigdor Lieberman, fino ad ora sostanzialmente contrario. I ministri sfavorevoli all&#8217;attacco disporrebbero a questo punto di un vantaggio numerico assai esiguo e di un peso politico sempre più ridotto. Vi è poi da considerare il fatto che molti esponenti israeliani, seppur contrari ad un diretto impegno militare israeliano, sono invece favorevoli a che l&#8217;attacco venga sferrato dalle forze anglo-americane, possibilmente in un contesto internazionale opportunamente costruito per sostenere l&#8217;opzione militare.<br />
Il ministro dell&#8217;intelligence e dell&#8217;energia atomica israeliano, Dan Meridor, ad esempio, ha dichiarato qualche settimana fa sul sito web <em>Walla!</em>: “È chiaro a tutti che un Iran nucleare è un serio pericolo ed il mondo intero, guidato dagli Stati Uniti, deve sviluppare uno sforzo continuo per impedire all&#8217;Iran di ottenere armi atomiche. Gli iraniani hanno già oltre 4 tonnellate di uranio arricchito al 3-4 per cento e 70 chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento. È chiaro che stanno continuando a predisporre missili. La nuclearizzazione dell&#8217;Iran non è solo una minaccia per Israele ma anche contro diversi altri stati occidentali e l&#8217;interesse internazionale deve coincidere su questo”.<br />
Per quest&#8217;ultima ragione, sarà molto importante leggere il nuovo rapporto dell&#8217;Agenzia Atomica Internazionale, atteso per il prossimo 8 novembre, in quanto secondo molte indiscrezioni conterrebbe informazioni rivolte a dimostrare la crescita del potenziale nucleare militare iraniano: gli stessi ambienti diplomatici e militari che ipotizzano un imminente attacco all&#8217;Iran, sostengono infatti che il paese disporrà entro i prossimi sei mesi di un numero variabile da 2 a 4 armi nucleari operative. È chiaro che se il rapporto AIEA confermasse queste ipotesi, i fautori dell&#8217;attacco militare disporrebbero della motivazione necessaria per agire con un sufficiente consenso internazionale.<br />
Gli analisti citati da un recentissimo, dettagliato reportage del Guardian britannico escludono un attacco nel corso del prossimo inverno, ma ritengono che la primavera del 2012 sia <em>a key decision-making period</em> (“un momento chiave per decidere”): da qui ad allora, la pressione israeliana potrebbe quindi superare le possibili residue resistenze dell&#8217;amministrazione Usa, legate ai rischi di un&#8217;impresa militare nell&#8217;imminenza delle presidenziali del novembre 2012. Tanto più se questa azione, rapida e chirurgica, non comportasse impegni di lungo periodo e potesse essere proposta negli stessi termini trionfalistici del tipo “giustizia è fatta” che hanno accompagnato l&#8217;eliminazione di Osama bin Laden in Pakistan.<br />
Dal punto vista israeliano, il momento è sicuramente decisivo. La questione palestinese marcia verso una possibile internazionalizzazione, come ha dimostrato il voto all&#8217;Unesco; mentre all&#8217;interno è ben nota la debolezza politica dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese. La Siria è ormai completamente priva di capacità di intervenire, per cui le forze di Hezbollah in Libano non potrebbero contare sul suo supporto in caso di un eventuale allargamento del conflitto: a quel punto, Hezbollah potrebbe addirittura essere oggetto di un massiccio intervento preventivo israeliano, giustificato dall&#8217;attacco contro l&#8217;Iran e dal rischio di possibili reazioni da parte di quest&#8217;ultimo.<br />
La cosiddetta “primavera araba” ha poi eliminato gli ultimi residui dei regimi nazionalisti e populisti di impronta nasseriana (Mubarak, Gheddafi, Ben Ali) o li ha messi in condizioni di gravissima crisi, come nel caso di Assad in Siria. Allo stesso tempo, ha definitivamente consolidato il ruolo ispiratore religioso dell&#8217;Arabia Saudita, con il suo orientamento ideologico wahabita – da sempre mortalmente ostile al regime shiita iraniano, dimostrandone il ruolo singolarmente complementare a quello della presunta democracy building occidentale, proprio come già avvenuto, con i risultati che ben conosciamo, in Afghanistan.<br />
L&#8217;incognita che potrebbe pesare sul calcolo di opportunità israeliano è rappresentata dalla Turchia, spesso trovatasi ai ferri corti con Israele nell&#8217;ultimo triennio. Anche su questo piano, tuttavia, la “primavera araba” ha avuto effetti, ancora non tutti decifrabili, ma sicuramente rassicuranti. L&#8217;esigenza di contenere la diffusione dell&#8217;influenza saudita nel mondo islamico, da un lato, e, dall&#8217;altro, il rischio di trovarsi isolata nell&#8217;arco di crisi medio-orientale, spiega la rapida conversione delle posizioni turche davanti alle crisi che hanno colpito i regimi di Assad e Gheddafi: dopo un primo timido tentativo di difendere lo status quo, la Turchia si è allineata alle posizioni occidentali, rompendo di fatto la possibilità di un asse Turchia, Siria, Iran apparso possibile solo qualche semestre fa. Ha fattivamente supportato, logisticamente e militarmente la Nato nella Libia occidentale; sta sostenendo le opposizioni “moderate” contro Assad, ospitandole sul suo territorio. Decisioni che collocano di fatto la Turchia dell&#8217;AKP in una linea di continuità con i governi turchi sotto tutela militare, al punto che autorevoli studiosi filo-atlantici la propongono oggi entusiasticamente come il possibile modello di un islamismo filo-occidentale da diffondere in tutta l&#8217;area.<br />
L&#8217;ultima, decisiva incognita è chiaramente rappresentata dall&#8217;Iran stesso, nel quale è con tutta evidenza in corso un conflitto interno che deciderà del futuro di Ahmadinejad e della sua linea politico-ideologica, in vista delle presidenziali del 2013. È possibile che gli ambienti occidentali ed israeliani che intendono evitare l&#8217;opzione militare contino piuttosto sulla possibilità, sulla quale stanno anche spregiudicatamente operando, che in Iran possa prodursi un mutamento interno tale da riaprire la possibilità di una sua integrazione in un Medio Oriente dominato dagli Stati Uniti e da Israele, eliminando l&#8217;ultima, fastidiosa eccezione. Si tratterà a questo punto di vedere se la loro, meno muscolosa e più raffinata scommessa, sia quella vincente: quello che è certo è che in tempi di crisi economiche sistemiche, oggi proprio come sul finire degli anni Trenta del Novecento, la guerra è molto utile per determinare quella “distruzione creatrice” di cui periodicamente il capitalismo, secondo Schumpeter, ha un&#8217;assoluta necessità.</p>
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		<title>Aristocrazie della speculazione e potere sulla moneta</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 09:29:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Presentiamo ai lettori la traduzione integrale di un lungo e documentatissimo reportage della prestigiosa rivista Bloomberg News, specializzata nelle analisi di carattere finanziario. Si tratta di un vero e proprio studio sui rapporti, durante la grave crisi finanziaria in atto, fra le principali banche internazionali, americane ed europee, e la Federal Reserve americana, la banca centrale statunitense, intorno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gcolonna.wordpress.com&amp;blog=5881198&amp;post=275&amp;subd=gcolonna&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">Presentiamo ai lettori la traduzione integrale di un lungo e documentatissimo reportage della prestigiosa rivista <em>Bloomberg News</em>, specializzata nelle analisi di carattere finanziario.<br />
Si tratta di un vero e proprio studio sui rapporti, durante la grave crisi finanziaria in atto, fra le principali banche internazionali, americane ed europee, e la <em>Federal Reserve</em> americana, la banca centrale statunitense, intorno alla quale ruotano i più importanti rapporti dell&#8217;alta finanza globalizzata del nostro tempo.<br />
Sottolineiamo il fatto che quanto apprendiamo grazie alla coraggiosa iniziativa di <em>Bloomberg</em> era rimasto fino ad ora segreto ed alla sua divulgazione la Fed stessa si è opposta tenacemente per bene due anni, fino cioè a quando, in base alla legge americana che impone la pubblicazione di molti documenti pubblici (il <em>Freedom of Information Act</em>),<em> Bloomberg</em>è riuscita ad ottenere da un tribunale americano l&#8217;accesso ai database contenenti i dati sui prestiti.<br />
Quando si parla pertanto di &#8220;opacità dei mercati finanziari&#8221; non dimentichiamo di includere in essa le gravi reticenze degli stessi cosiddetti regolatori del sistema. Tale opacità non può tuttavia sorprendere, qualora si consideri, cosa che spesso viene trascurata, la natura del sistema della Fed, così come di altre similari istituzioni, che il cittadino ritiene erroneamente poste a garanzia del controllo pubblico sulla moneta che utilizziamo tutti i giorni. Non è così.<span id="more-275"></span><br />
La <em>Federal Reserve</em> Usa, nota come Fed, in realtà è un sistema privato, articolato su dodici <em>Federal Reserve Districts</em>, ognuno dei quali dispone di una <em>Federal Reserve Bank</em>: è ben noto, ad esempio, che la <em>Federal Reserve Bank</em> di New York, a causa della presenza in questo distretto di alcune delle principali banche del mondo, ha un peso tecnico e politico molto superiore alle<em> Federal Reserve Bank</em> degli altri distretti.<br />
Il sistema, costituito con il<em> Federal Reserve Act </em>approvato il 23 dicembre 1913, durante l&#8217;amministrazione del presidente Woodrow Wilson, poi modificato non sostanzialmente nel corso degli anni, non ha alcun carattere pubblico, in quanto le banche che ne fanno parte sono tutte private e detengono in quote societarie la proprietà delle singole <em>Federal Reserve Bank</em>, che hanno tutte veste giuridica di società per azioni. Questo aspetto in particolare, nel corso della storia del<em>Federal Reserve System</em>, ha suscitato e continua a suscitare forti opposizioni contro il sistema, del quale è quindi pacifico il carattere privatistico, come è stato riconosciuto ad esempio nel 1983 dal tribunale della nona circoscrizione giudiziaria della California nel caso &#8220;Lewis contro gli Stati Uniti&#8221; che ha definito la Fed come &#8220;un&#8217;organizzazione privata di società per azioni, rivolta al conseguimento di un profitto&#8221;. Il personale del sistema Fed, del resto, non dipende né dall&#8217;autorità pubblica degli Stati né da quella del governo federale americano.<br />
Il peso delle banche private è del resto ben evidenziato dalla struttura decisionale del sistema, che vede per ogni banca di distretto un consiglio direttivo composto da nove governatori, suddivisi in tre tipologie: categoria A, tre direttori nominati dalle banche azioniste; categoria B, tre direttori espressione del mondo economico-finanziario privato; categoria C, di nomina politica, ma privi di poteri in materia monetaria. È pur vero che esiste poi un <em>Federal Reserve Board</em> centrale, i cui membri sono nominati dal Presidente degli Usa, e confermati dal Senato degli Stati Uniti, ma tale comitato non ha reale potere di controllo, oltre ad essere in genere composto da personalità provenienti dal mondo dell&#8217;alta finanza statunitense.<br />
Annualmente poi il sistema Fed deve presentare al Congresso degli Stati Uniti un rapporto sulla propria attività, ma, come vedrete leggendo il reportage qui presentato, fino all&#8217;azione legale di <em>Bloomberg</em> i dati più delicati restano coperti dal massimo riserbo, al punto che l&#8217;esatta struttura delle quote azionarie detenute dalle banche americane nella Fed, ad esempio, rappresenta tuttora un dato estremamente riservato.<br />
Correttamente, quindi, la stessa brochure di presentazione scaricabile dal sito internet della Fed, testualmente afferma: &#8220;il Federal Reserve System è considerato come una banca centrale indipendente, in quanto le sue decisioni non devono essere ratificate né dal Presidente né da alcun altro organo esecutivo del governo&#8221; (<em>The Federal Reserve System &#8211; Purposes and Functions</em>, Washington, 2005).<br />
Non sembra più paradossale a questo punto che le banche socie della Fed (secondo i dati ufficiali, al marzo 2004, su 7.700 banche commerciali presenti negli Usa, 2.900 erano socie della Fed, di cui 2.000 di livello statale e 900 di livello nazionale), non solo hanno ottenuto i 1.200 miliardi di aiuti segreti di cui parla <em>Bloomberg</em>, ma hanno altresì tratto profitti dai prestiti di emergenza, anche quelli pubblicamente dichiarati, come informava l&#8217;agenzia <em>Reuters </em>già l&#8217;8 ottobre 2008:<br />
&#8220;La<em> U.S. Federal Reserve</em> ha ottenuto un strumento tattico chiave dal pacchetto di aiuti finanziari di 700 miliardi di dollari rivenuto legge venerdì scorso, che l&#8217;aiuterà a indirizzare fondi ai mercati del credito ormai prosciugati. Nascosto nelle 451 pagine della legge, c&#8217;è un provvedimento che consente alla Fed di pagare interessi sulle riserve che le banche sono obbligate a tenere presso la banca centrale&#8221;.<br />
La lettura del reportage, quindi, è fondamentale perché ci dà conto chiaramente di come sia avvenuto il progressivo travaso della crisi finanziaria dai bilanci delle banche ai bilanci dei Paesi e di come dunque l&#8217;attuale crisi del cosiddetto &#8220;debito sovrano&#8221; sia la fase logicamente e tecnicamente conseguente ai provvedimenti adottati nel 2008, rivolti appunto a preservare a tutti i costi istituzioni finanziarie private che, per dimensioni e potere, non dovevano fallire: si sono quindi riversate sui cittadini le perdite delle banche, finanziandole senza misura, dal momento in cui è apparso ben chiaro che la bolla speculativa dei derivati, dei titoli spazzatura, dei fondi speculativi ad alto rischio, aveva di fatto cancellato la maggior parte delle risorse reali del sistema finanziario internazionale.<br />
È sintomatico notare infatti che sui cosiddetti mercati finanziari aperti non si riuscivano più a reperire risorse, per l&#8217;ovvia circostanza appunto che chi doveva sapere era perfettamente edotto del fatto che, esplosa la bolla dei mutui <em>subprime</em>, nessuno era più disponibile a sostenere ulteriormente il gioco: questo spiega la vampata speculativa del 2008 sulle<em>commodities</em> agricole ed energetiche, ad esempio, e la corsa ai titoli di Stato ovunque nel mondo &#8211; come soli strumenti di rifugio per i capitali speculativi superstiti.<br />
È del pari sintomatico il fatto che, come hanno documentato una nutrita serie di articoli del <em>Sole 24 Ore</em> italiano nel corso del 2011, la speculazione non si è affatto arrestata, ed anzi i volumi delle transazioni speculative si sono rapidamente riavvicinati a quelli prima della crisi: prova evidente del fatto che la copertura offerta dalla Fed e dalle altre istituzioni cosiddette &#8220;pubbliche&#8221; (che, come abbiamo appena visto, in realtà tali non sono), è stata perfettamente compresa, nel suo significato politico, dalla speculazione. Per cui si poteva continuare su questa strada senza rischi eccessivi: il cosiddetto prestatore &#8220;di ultima istanza&#8221; era pronto a coprire le perdite delle banche, attingendo alle tasche dei cittadini.<br />
La Fed, e le altre istituzioni &#8220;centrali&#8221;, hanno quindi rappresentato il necessario punto tecnico di passaggio per trasformare la bolla speculativa in debito pubblico, cioè debito di tutti i cittadini. La scelta politica è chiaramente dimostrata dal reportage di Keoun e Kuntz: con quei 1.200 miliardi di dollari si sarebbero potuti riscattare tranquillamente, per decisione pubblica, tutti i mutui incagliati delle famiglie americane. Era quindi tecnicamente possibile sanare i debiti dei cittadini (come anticamente fece Solone ad Atene con la <em>seisachteia</em>, per ricostituire pace e dignità civile nella città), invece di finanziarie quelli delle banche: si è preferito stigmatizzare l&#8217;irresponsabilità dei cittadini indebitati, dimenticando che, in un sistema economico moralmente sano, la responsabilità maggiore è certamente di chi offre denaro a chi sa essere impossibilitato a pagare, soprattutto quando chi lo offre, offre denaro non suo, come nel caso dei raffinati strumenti speculativi costruiti nel corso degli ultimi due decenni.<br />
La Fed, quindi, ha creato moneta nei modi già descritti nel 1960 da Wright Patman, presidente dello <em>House Banking and Currency Committee</em> americano, che definiva la Federal Reserve una<em> total money-making machine</em> (una macchina stampa-soldi totale) e scriveva: &#8220;Quando la Federal Reserve scrive un assegno per comprare buoni del tesoro fa esattamente quello che fanno tutte le banche, creare puramente e semplicemente moneta scrivendo un assegno&#8221;. Patman sapeva bene quello che diceva, dato che il 30 settembre 1941, nel corso di un&#8217;audizione della commissione da lui presieduta, si era svolto questo dialogo tra lui ed il governatore della Federal Bank of New York, Marriner Eccles:<br />
&#8220;Patman: Come ha ottenuto il denaro per comprare questi due miliardi di dollari in buoni del Tesoro americano nel 1933?<br />
Eccles: Li abbiamo creati.<br />
Patman: Da dove?<br />
Eccles: Dal diritto di fornire denaro per il credito (<em>to issue credit money</em>).<br />
Patman: E non c&#8217;era altro dietro questo denaro, non è vero, a parte il credito del nostro governo?<br />
Eccles: Questo è il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fossero debiti, non ci sarebbe denaro.&#8221;<br />
Il fatto è che questo debito, proprio a motivo della garanzia offerta dagli Stati, diventa debito di tutti i cittadini produttivi, aggiungendosi ai debiti che alcuni di essi, come nel caso dei mutui <em>subprime</em>, possono avere inopportunamente assunto.<br />
Crediamo utile rendere leggibile al pubblico italiano il bel reportage di Keoun e Kuntz, nel momento in cui i provvedimenti che gli Stati europei stanno adottando andranno a riversare su tutti noi il peso delle perdite della speculazione dell&#8217;alta finanza internazionale, trasformato in debito pubblico attraverso gli abituali meccanismi moderni di creazione della moneta. Risulterà in tal modo, speriamo, più chiaro come, ancora una volta nella storia degli ultimi due secoli, la speculazione debba essere riscattata dal lavoro onesto di quanti non dispongono del potere di creare moneta, il potere che solo tiene ancora in piedi, nonostante più di un secolo di fallimenti, l&#8217;aristocrazia di Wall Street, il potere che senza merito la rende, come abbiamo visto altrove, <a href="http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=301&amp;tema=Economia">masters of the universe</a> .<br />
Speriamo che da letture come questa cominci a diffondersi fra i cittadini una domanda semplice ma essenziale: perché mai il potere di battere moneta non viene affidato al lavoro, invece che all&#8217;aristocrazia della speculazione?</div>
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<p align="justify"><strong><a href="http://gcolonna.files.wordpress.com/2011/08/prestiti-segreti-fed-alle-banche-usa.pdf">prestiti segreti FED alle banche Usa</a><br />
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		<title>Opportunità oltre la crisi. Per una nuova organizzazione economica</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 12:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gcolonna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">da:www.clarissa.it</div>
<div align="justify">Sono ormai molti gli osservatori e gli analisti che riconoscono il significato di svolta degli avvenimenti che da circa due mesi sconvolgono le economie dell&#8217;Occidente. Non sono pochi nemmeno quelli che collegano logicamente questi avvenimenti alla cosiddetta &#8220;crisi dei mutui&#8221;, sviluppatasi a partire dall&#8217;estate del 2007, che richiese misure straordinarie di salvataggio da parte del governo Usa e dei governi europei, per evitare il fallimento di molte istituzioni finanziarie mondiali, gravate nei propri bilanci dall&#8217;azzeramento del valore di ingenti capitali speculativi: una serie di misure che, utilizzando denaro pubblico per rifornire le casse delle grandi banche, hanno ovviamente aumentato il debito degli Stati occidentali e ne hanno rapidamente ridotto la capacità di intervento.<br />
Sono fatti questi di cui <a href="http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&amp;tema=Conferenze">Clarissa si occupò fin dall&#8217;autunno 2007</a> con rimarchevole precisione, indicando, in un momento in cui pochissimi ancora lo facevano, la vastità degli effetti che, cifre alla mano, quella crisi speculativa avrebbe potuto provocare sull&#8217;economia mondiale: pur non appartenendo agli specialisti dell&#8217;analisi finanziaria, non siamo certo stati smentiti dai fatti, cosa che dimostra che è possibile anche ai non addetti ai lavori comprendere e in certa misura prevedere i rischi del sistema che domina l&#8217;economia mondiale da decenni.<span id="more-270"></span><br />
Può apparire strano quindi che le classi dirigenti occidentali, nelle quali siedono come ministri o come consiglieri insigni economisti, non abbiano potuto comprendere quello che non specialisti erano già allora in grado di indicare al pubblico come possibile conseguenza del fenomeno che la speculazione dei <em>subprime</em> aveva innescato. Ma non è più così strano, se si considera che le attuali classi dirigenti sono programmate per assoggettarsi all&#8217;economia in quanto ne hanno assimilato, senza alcuna personale elaborazione, gli assunti teorici, i luoghi comuni ed i rituali, nonostante, come abbiamo avuto modo di dimostrare in altra sede, essi siano assolutamente discutibili e del tutto privi della valenza scientifica che si attribuiscono. Per questo, anche quei leader che si sono voluti proporre alle proprie opinioni pubbliche come i più fortemente decisionisti (gli Obama, i Sarkozy, i Berlusconi), siedono ora sui banchi di governo come scolaretti che hanno sbagliato il compito, pronti ad essere messi dietro la lavagna dal fantomatico &#8220;mercato&#8221;, cui i <em>mass-media</em> continuano a riferirsi come alla divinità plasmatrice dei destini dei nostri popoli.<br />
Per questo c&#8217;è davvero ben poco da meravigliarsi del fatto che l&#8217;economia abbia preso il sopravvento sulla politica, come ora si legge ovunque sui giornali: l&#8217;economia infatti ha strutturalmente il predominio sulle società occidentali da almeno un secolo, da quando cioè il capitalismo occidentale sviluppato dai Paesi anglo-sassoni è divenuto il modello mondiale di riferimento delle società contemporanee. Non a caso, oggi la crisi del capitalismo occidentale coincide puntualmente con la maggiore crisi dell&#8217;egemonia mondiale anglo-sassone da un secolo a questa parte; non a caso, anche, questa crisi sta aprendo il varco ad un nuovo modello, quello cinese, che, sommando tradizione del &#8220;dispotismo orientale&#8221;, etica confuciana e capitalismo di Stato di ascendenza marxista-leninista, si propone come il possibile <em>Leviatano</em> del terzo millennio.<br />
Stupisce quindi semmai che nessuno dei ricordati grandi decisori politici sollevi oggi la questione di fondo, vale a dire che il modello economico alle cui regole essi debbono, ancora una volta, assoggettarsi, sta dimostrando il proprio decisivo fallimento. Perché di questo in definitiva si tratta: la crisi odierna è epocale in quanto rivela che i presunti assunti &#8220;scientifici&#8221; del modello dell&#8217;economia capitalista anglo-sassone sono erronei e sono per questo incapaci di conciliare le forze portanti dell&#8217;economia moderna (lavoro, capitale, consumo) con gli assunti etici delle nostre società &#8211; libertà, eguaglianza, fraternità.<br />
Non è difficile quindi profetizzare che le misure che i nostri governi stanno adottando, al di là della loro intrinseca iniquità, in quanto impongono ai cittadini di riempire con denaro frutto del proprio lavoro le bolle speculative costruite dalle grandi istituzioni finanziarie, sono destinate a non risolvere i problemi attuali. Non è difficile sottolineare il fatto che, mentre vengono adottati con grande facilità e velocità provvedimenti che colpiscono la capacità di sopravvivenza economica di milioni di persone, pur dotate di specifici diritti costituzionalmente garantiti, gli stessi governi sono incapaci di adottare anche minimi provvedimenti necessari ad ostacolare la speculazione finanziaria, nonostante i suoi protagonisti ed i suoi strumenti siano chiaramente individuabili, come abbiamo già spiegato altrove. Non è difficile evidenziare la pochezza delle proposte che, dagli ambienti confindustriali (si veda ad esempio il manifesto in 9 punti del <em>Sole 24 Ore</em>) come da quelli sindacali, vengono fornite ad una platea di imprenditori, lavoratori e professionisti che pure da essi attendono la difesa dei propri diritti ed interessi: anche queste risposte infatti sono in tutto figlie del pensiero unico economico che domina le nostre società e non riescono perciò a disegnare possibili alternative al modello attuale.<br />
Il compito positivo che la gravità della situazione impone è, invece, proprio questo: ripensare l&#8217;organizzazione sociale delle nostre comunità, partendo da assunti diversi da quelli che ci vengono presentati come verbo indiscutibile. Si tratta della sola via per rendere questa crisi occasione di rinnovamento, ridando opportunità e speranze a milioni di persone nei nostri Paesi.<br />
Ci limitiamo in questa sede a indicare tre punti essenziali, nella fondata speranza che proporli ora susciti attenzione e dibattito e che da essi si possa partire per dare inizio ad un cambiamento che non è solo alla nostra portata, ma è precisamente quanto ci viene richiesto dagli avvenimenti in cui, ricordiamolo, volenti o no, tutti siamo coinvolti, giacché, come scriveva Rudolf Steiner: &#8220;Quel che distingue i processi economici è che noi ci troviamo dentro di essi; dobbiamo dunque osservarli dall&#8217;interno. Dobbiamo sentirci inseriti nei processi economici, come un essere che si trovi dentro la storta del chimico dove si elabora una sostanza sotto l&#8217;azione del calore&#8221;. Per questo l&#8217;economia è una &#8220;scienza&#8221; così diversa da come la pensano e vogliono farla pensare gli economisti!<br />
In primo luogo, occorre attribuire a imprenditori, produttori e consumatori il potere di autogoverno dell&#8217;economia, utilizzando se del caso istituzioni già delineate nella nostra costituzione, quale potrebbe essere un Consiglio Nazionale dell&#8217;Economia e del Lavoro ovviamente del tutto rivisto per modalità di costituzione e di funzionamento. Non è quindi più sufficiente la classica dialettica concertativa fra organizzazioni datoriali da una parte e sindacati delle maestranze dall&#8217;altra, con l&#8217;aiuto della mediazione politico-partitica: occorre che in una sede idonea siedano, portandone tutte insieme la responsabilità, appunto le diverse componenti del ciclo economico (capitale, lavoro, consumo) per sviluppare un intendimento comune da cui scaturiscano decisioni condivise e coordinate sull&#8217;economia, ove necessario in collegamento con analoghe istituzioni che sono già sviluppabili ad esempio a livello europeo, potenziando organismi già esistenti, ma attualmente investiti di ruoli puramente consultivi.<br />
In secondo luogo, deve essere affrontata in modo nuovo la questione della formazione della moneta e del credito. La moneta ha utilità in quanto corrisponde a valori reali e non apparenti e, per tale ragione fondamentale, la sua creazione deve trovare corrispondenza in proporzioni ragionevoli nella presenza di beni, servizi o capitali realmente fruibili. La sua creazione deve essere attribuita allora alle stesse istituzioni associative che hanno il governo dell&#8217;economia, e deve essere regolata sulla base delle esigenze effettive della produzione e del consumo: non potranno più essere la banche a detenere questo potere fondamentale, trasformatosi nel tempo nel potere di &#8220;creare debito&#8221;, fino all&#8217;ideazione di strumenti speculativi che non possono più trovare spazio in un&#8217;economia sana. Di conseguenza il credito deve tornare anche ad acquisire quella <em>funzione sociale</em>, a suo tempo prevista ad esempio dagli ordinamenti italiani, che le normative europee degli anni Novanta hanno invece significativamente eliminato, per farne strumento di puro profitto.<br />
Se vediamo infatti la formazione del capitale originarsi non dal mercato divinizzato ma dalle capacità di innovazione, organizzazione e gestione produttiva espresse dalle libere facoltà dell&#8217;imprenditore, è chiaro che il processo di finanziarizzazione dell&#8217;economia, in cui denaro genera denaro, sviluppatosi con forza crescente negli ultimi trent&#8217;anni, rappresenta la vera origine strutturale della crisi attuale. Un&#8217;origine per altro radicata in alcune delle più pericolose caratteristiche del sistema finanziario anglo-sassone, fino dalle sue origini ottocentesche: caratteristiche di asservimento dei popoli, mediante appunto un sofisticato uso speculativo del debito, cui la mondializzazione, matematizzazione e informatizzazione del sistema finanziario hanno dato enormi possibilità operative, in assenza di entità politiche dotate della volontà di contrastarne il crescente potere.<br />
Essendo l&#8217;accumulazione del denaro improduttivo una delle non ultime premesse della speculazione finanziaria, da un lato, mentre, dall&#8217;altro, l&#8217;allocazione produttiva dei capitali rimane fondamentale per la vita economica, si pone ormai in modo pressante anche la questione della limitazione temporale del valore della moneta &#8211; già da tempo sollevata da numerosi critici del capitalismo: si tratta di un tema fondamentale che non può attendere oltre, potenziato com&#8217;è dall&#8217;enorme velocizzazione delle transazioni mediante gli strumenti elettronici, una delle non ultime concause della &#8220;volatilità&#8221; dei mercati finanziari.<br />
In terzo luogo, conseguente a quanto appena detto, il ciclo del denaro, oltre alle fasi fondamentali dello scambio e del prestito, deve vedere potenziata, in forme per altro già attualmente prefigurate (si pensi ad esempio all&#8217;importante sviluppo delle attività dei <em>donor</em> internazionali), la fase del dono. Attraverso la donazione si possono e si debbono limitare i meccanismi di accumulazione di capitale oggi sottratto allo sviluppo delle libere attività economiche per essere indirizzato alla speculazione: è davvero paradossale leggere che le medesime istituzioni chiudano, per realizzare minime economie, prestigiose istituzioni culturali italiane mentre tollerano che in poche ore nelle borse centinaia di miliardi di euro vengano bruciati dalla speculazione finanziaria. È forse il maggiore, il più grave paradosso per un&#8217;economia che l&#8217;Unione Europea, nel 2000, a Lisbona, ha proclamato di voler fondare sulla conoscenza&#8230;<br />
Mediante libere donazioni, invece, il denaro si potrà indirizzare, con maggiori benefici per il donatore di quanto oggi non sia previsto, proprio alle aree no-profit di maggiore utilità sociale, tra le quali in primo luogo dobbiamo annoverare la cultura, l&#8217;arte, l&#8217;istruzione-formazione, l&#8217;educazione &#8211; ambiti fondamentali che l&#8217;Occidente del capitalismo finanziario ha ridotto all&#8217;abbandono o alla pura strumentalizzazione politica, senza comprendere che proprio nel pieno esprimersi delle capacità spirituali dell&#8217;individuo risiede la vera forza, anche economica, dell&#8217;avvenire.</div>
<p align="justify">
Sull&#8217;argomento:</p>
<p align="justify">Lavoro, debito, finanza: Crisi dei mutui e finanza mondiale, cosa ci riserva l&#8217;economia? (2007/2008)<br />
<a href="http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&amp;tema=Conferenze">http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&amp;tema=Conferenze </a></p>
<p align="justify">Come si conquista un Paese: l&#8217;attacco della finanza internazionale all&#8217;Italia (10 luglio 2011)<br />
<a href="http://www.clarissa.it/editoriale_int_ult.php?id=150">http://www.clarissa.it/editoriale_int_ult.php?id=150</a></p>
<p align="justify">Padroni dell&#8217;universo e sovranità dei popoli: il caso BlackRock (luglio 2011)<br />
<a href="http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=301&amp;tema=Economia">http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=301&amp;tema=Economia </a></p>
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		<title>Padroni dell&#8217;universo e sovranità dei popoli: il caso BlackRock</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 09:40:49 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">da www.clarissa.it</div>
<div align="justify">In queste settimane, e probabilmente ancor di più nei prossimi mesi, la questione di chi controlla l&#8217;economia mondiale potrebbe diventare argomento frequente di discussione. Clarissa da anni sta cercando di fornire analisi che le persone comuni possano agevolmente seguire e che possano risultare di stimolo ad ulteriori approfondimenti. I nostri lettori vengono in questo modo invitati ad accompagnarci in un lavoro di ricerca che sviluppiamo nella logica di quello che scriveva anni fa Ezra Pound: &#8220;Resta il dovere di tentare di escogitare un&#8217;economia sana, e di tentare di imporla con il metodo più violento in assoluto: far sì che le gente rifletta&#8221;.<br />
In merito al controllo dell&#8217;attuale economia mondializzata, abbiamo scritto di recente che esso si sviluppa a partire da grandi centri finanziari &#8211; un&#8217;espressione questa che, se non spiegata in modo concreto, rischia suggerire al comune cittadino l&#8217;immagine di oscuri burattinai che tirano i fili delle speculazioni che ogni giorno spostano per il mondo migliaia di miliardi, distruggendo in pochi secondi, come accaduto anche nella Borsa italiana nelle ultime settimane, la ricchezza prodotta col lavoro di popoli interi. In realtà, il solo vantaggio di oggi è che queste forze si mostrano con estrema evidenza, per cui basta applicarsi con attenzione per comprendere come esse operano in concreto.<br />
C&#8217;è un&#8217;espressione inglese che viene usata di frequente dagli addetti ai lavori:<em> masters of the universe</em>, &#8220;padroni dell&#8217;universo&#8221;, per definire il potere dei grandi gruppi finanziari mondiali. Per farne comprendere la portata, faremo un caso concreto, senza con questo voler attirare su di un nome l&#8217;odio o il risentimento di nessuno, semplicemente per illustrare come la potenza del denaro speculativo abbia raggiunto dimensioni e capacità mai viste nella storia.<span id="more-267"></span><br />
BlackRock, l&#8217;esempio che proponiamo, è una società americana con sede a New York che, al 31 marzo 2011, dispone di 9.300 dipendenti, dislocati in 26 Paesi del mondo in Nord e Sud America, Europa, Asia, Australia, Medio Oriente ed Africa. Il suo attuale amministratore delegato è Laurence D. Fink, che ne è stato anche il fondatore, nel 1988. Fink, quando lavorava alla First Boston, una delle principali banche americane, ebbe un&#8217;intuizione fondamentale, che lo rende uno dei precursori del sistema dei titoli derivati basati sui mutui ipotecari: si rese conto infatti che le banche avrebbero potuto creare, coi crediti immobiliari presenti nel proprio portafoglio, un nuovo tipo di prodotto da collocare sui mercati finanziari, creando cioè proprio quel mercato che è stato all&#8217;origine del crack finanziario dell&#8217;estate del 2007 e del successivo dilagare dell&#8217;attuale crisi internazionale.<br />
Ai primi successi che permisero a Fink di far guadagnare alla First Boston cento milioni di dollari in soli tre mesi, seguirono delle perdite consistenti, che portarono al licenziamento dello stesso Fink, il quale però, grazie a questa esperienza non del tutto positiva, aveva maturato un&#8217;idea ancora più stimolante: proprio rispetto all&#8217;altissima rischiosità dei nuovi prodotti finanziari, che negli anni Novanta avrebbero avuto un vero e proprio boom, egli aveva conoscenze dei meccanismi sottostanti ideali per offrire agli investitori indicazioni in grado di ottimizzare i guadagni e ridurre i rischi. &#8220;Wall Strett &#8211; scrive Heike Buchter su <em>Die Zeit</em>, è divisa in due gruppi: il <em>sell side </em>cioè le banche, che confezionano e vendono i prodotti finanziari, e il <em>buy side</em>, i clienti che li comprano: grandi investitori come i fondi pensione, le fondazioni, i fondi di investimento o le divisioni finanziarie delle multinazionali. (&#8230;) Fink avrebbe messo le conoscenze maturate nel <em>sell side</em> a disposizione del <em>buy side</em> e avrebbe valutato da esperto indipendente le offerte delle banche&#8221;(1).<br />
In pochi anni, questo lavoro ha in realtà collocato BlackRock in una posizione di controllo su entrambi i versanti della speculazione finanziaria internazionale, grazie al fatto che la società era in grado di svolgere sia i compiti di consulenza nella valutazione e scelta dei migliori investimenti, sia nella intermediazione e nella gestione di interi pacchetti di titoli, inclusi quelli maggiormente a rischio e quindi anche maggiormente redditizi.<br />
Da questa posizione privilegiata, l&#8217;azione di BlackRock non ha più conosciuto confini. Oggi la società di gestione patrimoniale statunitense è divenuta, ad esempio, la principale azionista della borsa tedesca (che di recente si è fusa proprio con quella di New York) e controlla quote azionarie delle principali aziende della Germania: Adidas, Allianza, Basf, Deutsche Bank, le industrie farmaceutiche Merck, il produttore di materiali edili HeidelbergCement, solo per fare qualche nome. Lo stesso è avvenuto anche altrove, come in Italia, a seguito di una delle più importanti operazioni sviluppate da BlackRock, la fusione con Barclays Global Investor, rilevata da BlackRock nell&#8217;estate 2009 per 13,5 miliardi di dollari. Questa operazione, alla quale hanno partecipato con 2,8 miliardi di dollari anche i fondi sovrani, si noti, di Cina (Cic) e Kuwait (Kia), il super gestore Usa ha ora in portafoglio fra l&#8217;altro il 2,7% di Eni, il 3,8% di Unicredit (dal 2,2% della sola Barclays), il 3% di Enel, Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Ubi (rispetto a quote Barclays pari al 2%), il 2,9% di Generali (dal 2%) e di Fonsai, il 2,8% di Telecom e di Bulgari, il 5,8% di Mediaset (prima era sotto il 5% e diventa così il secondo socio dopo Fininvest), il 2,7% di Fiat, il 2,2% di Atlantia e di Finmeccanica, il 3,5% di Banco Popolare (dal 2%), il 2% di Terna (2).<br />
Al 31 marzo 2011, BlackRock dichiara nei suoi documenti ufficiali pubblici di gestire 3.648 miliardi di dollari di patrimoni amministrati: una cifra incredibile, pari all&#8217;intero Prodotto Interno Lordo della Germania, superiore anche a quello italiano che oltrepassa i 2.000 miliardi di dollari. Si tratta probabilmente della più grande azienda finanziaria della storia che, in virtù dei collegamenti con i maggiori investitori privati e istituzionali del mondo, dispone ovviamente di un potere senza equivalenti.<br />
In una recente occasione (3), abbiamo già visto infatti che BlackRock detiene quote azionarie anche delle maggiori agenzie di rating, come Moody&#8217;s e Standard&amp;Poor&#8217;s, agenzie che hanno acquisito il potere, da una parte, di valutare l&#8217;affidabilità di banche e Stati, ma, dall&#8217;altra, anche degli stessi prodotti che BlackRock controlla e offre ai suoi clienti, senza che questo abbia dato finora luogo a nessun tipo di reazione politica.<br />
Non può sorprenderci, quindi, che la società americana abbia acquistato in tal modo anche un peso politico senza pari, dal momento che le stesse autorità di governo si sono rivolte a lei nei momenti più drammatici della crisi attuale: nel marzo del 2008, ad esempio, quando è stato deciso il salvataggio della Bear Stearns, l&#8217;allora responsabile della Federal Reserve, Tim Geithner, ha chiesto alla BlackRock un rapporto sull&#8217;esposizione dell&#8217;istituto di credito rispetto ai famigerati <em>subprime</em>, i titoli legati ai mutui ipotecari spazzatura; lo stesso è avvenuto poco dopo, quando il governo Usa ha affidato a BlackRock il compito di gestire i titoli spazzatura di Aig, il colosso assicurativo di cui era in corso un affannoso salvataggio. Ma non basta: riportavamo infatti, nello studio che Clarissa ha dedicato nel 2008 alla crisi dei mutui, un&#8217;altra rilevante notizia sul ruolo della BlackRock:<br />
&#8220;Come se non bastasse, e questo forse dà anche l&#8217;idea della gravità della crisi in atto, si sta provvedendo anche diversamente, attraverso la creazione di &#8220;superfondi&#8221;: abbiamo notizia di uno negli Stati Uniti ed uno in Francia. J.P. Morgan, Bank of America, Citygroup intendono costituire un superfondo da 50-60 miliardi di dollari, rilevando l&#8217;attivo di alcuni dei veicoli di investimento creati dalle banche (SIV). Si tratta di creare una sorta di Super-SIV (fonte: <em>International Herald Tribune</em>, 15 ottobre 2007), denominato Master Liquidity Enhance Conduit e gestito dalla società di investimenti BlackRock. Un fondo di cui sarebbe ispiratore addirittura il segretario del Tesoro Usa, Hank Paulson, già CEO di Goldman Sachs&#8221;(4).<br />
Vediamo bene quindi come il potere di un colosso finanziario internazionale riesca a diventare fondamentale anche sul piano politico, quando crisi come quella ancora in corso richiedono l&#8217;intervento dello Stato e quest&#8217;ultimo si trova obbligato a ricorrere proprio ai grandi della finanza, soprattutto in quanto, come nel caso di Paulson, segretario al Tesoro con Bush, ma anche del già ricordato Tim Geithner, poi segretario al Tesoro Usa con Obama, uomini da tempo legati al mondo della finanza mondiale siedono nei governi come responsabili dell&#8217;economia.<br />
&#8220;Dopo lo scoppio della crisi, non c&#8217;è stata operazione di salvataggio a cui Fink non abbia preso parte. Agli interventi per la Bear Stearns e per l&#8217;Aig sono seguiti altri: la BlackRock ha assistito la Federal Reserve nelle sue transazioni miliardarie con i titoli legati ai mutui ipotecari e le ha offerto una consulenza per l&#8217;ingresso nel capitale della banca Citigroup. I suoi esperti sono stati assoldati anche per esaminare i conti dei colossi ipotecari Fannie Mac e Freddie Mac. L&#8217;azienda inoltre ha ottenuto molti contratti di consulenza con lo Stato senza che fosse indetta una gara pubblica&#8221;(5).<br />
Oggi, le attività di consulenza, che ancora nel 2006 rappresentavano solo una parte insignificante delle attività di BlackRock, contano per oltre il 20% del suo fatturato e hanno portato alla creazione di sofisticati servizi informativi come il sistema <em>Aladdin</em>, un centro di calcolo composto da cinquemila computer dislocati in quattro località segrete che eseguono circa duecento milioni di operazioni alla settimana, per conto di una rete di 40 clienti principali, che calcolano &#8220;ogni giorno, ogni minuto e a volte anche ogni secondo il valore delle azioni, delle obbligazioni, delle monete e dei titoli di credito contenuti nei portafogli d&#8217;investimento&#8221;, allo scopo di prevedere &#8220;come potrebbero variare i prezzi dei titoli se dovesse cambiare il contesto&#8221;. Secondo quanto ha dichiarato a <em>Die Zeit</em>, Rob Goldstein, il &#8220;custode di Aladdin&#8221;, &#8220;la nostra attenzione diviene quasi maniacale quando bisogna conoscere nel dettaglio ogni singolo strumento e poi fari un&#8217;idea dell&#8217;intero portafoglio. È una specie di risonanza magnetica, a cui sottoponiamo i portafogli di tutti gli investitori&#8221;(6).<br />
Su questa via, per BlackRock si sta aprendo anche una nuova tipologia di servizio che rappresenta la logica estensione del potere politico acquisito da questi <em>masters of the universe</em> finanziari, grazie al fatto che sono divenuti tali proprio in quanto, come abbiamo visto, dispongono di risorse finanziarie pari a quelle delle maggiori potenze industriali del pianeta, sono quelli che potremmo definire degli Stati finanziari totalmente indipendenti.<br />
Nel giugno 2011, infatti, destinato all&#8217;attenzione degli esperti, il centro studi di BlackRock, il BlackRock Investment Institute, ha pubblicato un agile studio di una decina di pagine, intitolato <em>Introducing the BlackRock Sovereign Risk Index: A More Comprehensive View of Credit Quality </em>che indica con chiarezza la nuova direzione &#8220;politica&#8221; della grande multinazionale di gestione patrimoniale. Partendo dalla premessa secondo cui &#8220;gli investitori si stanno rendendo conto dell&#8217;importanza del rischio del debito sovrano sui mercati globali del debito, ma quantificarne in modo appropriato il costo rimane difficile&#8221;, BlackRock illustra in questa pubblicazione il proprio sistema di valutazione, un indice appunto del rischio connesso al debito pubblico degli Stati: giacché i debiti pubblici sono collocati sui mercati finanziari mondiali, BlackRock estende la propria attività di valutazione e consulenza anche alla questione del &#8220;rischio Paese&#8221;.<br />
Senza entrare in un&#8217;analisi eccessivamente tecnica, che potrebbe scoraggiare il lettore, basterà dire che l&#8217;indice di BlackRock prende in considerazione sedici indicatori, raggruppati in cinque aree principali, a ognuna delle quali è assegnato un peso percentuale: spazio fiscale (che conta per il 40%), posizione finanziaria esterna (20%), salute del settore finanziario (30%), volontà di pagare (10%). La ponderazione di questi elementi determina appunto la &#8220;graduatoria finale&#8221; dell&#8217;indice, dalla quale apprendiamo, ad esempio, che l&#8217;Italia si trova, come livello di rischio del proprio debito pubblico, ad essere ad un livello superiore a India, Sud Africa, Messico, Turchia, Spagna, Argentina, Irlanda, Ungheria; e a stare meglio solo rispetto a Egitto, Venezuela, Portogallo e Grecia.<br />
Lasciamo volentieri agli specialisti finanziari la valutazione della validità delle diciassette righe dedicate al caso Italia, sufficienti nel rapporto a concludere che &#8220;crediamo che l&#8217;Italia è forse un caso in cui i mercati sono troppo ottimisti in merito al suo rischio sovrano e dovrebbero essere più propensi ad assumere posizioni difensive&#8221;: esse, unite alle contemporanee uscite della previsione di Moody&#8217;s e Standard&amp;Poor&#8217;s, di cui ricordiamo la stessa BlackRock è azionista, hanno avuto sicuramente effetto nell&#8217;indirizzare l&#8217;attacco della speculazione sulla Borsa di Milano, vista l&#8217;ampiezza e autorevolezza dei patrimoni finanziari che questo gestore amministra a livello mondiale.<br />
Al di là del fatto che questo tipo di analisi abbia un valore &#8220;scientifico&#8221; e che indici di questo tipo siano davvero affidabili, la questione di fondo che si pone ad un Paese sovrano è quella del rapporto con forze della finanza mondiale le cui capacità eccedono quelle produttive dello stesso Paese e che sono con ogni evidenza in grado di condizionarne, dall&#8217;esterno e dall&#8217;interno, le scelte sul piano socio-economico, sulla base di una pura logica di profitto, non soggetta in alcun modo al controllo ed alla valutazione da parte dei popoli che compongono queste comunità. In questo senso, dunque, parlavamo di schiavitù del debito, come soggezione, appunto, delle nostre comunità nazionali ad entità che sfuggono a qualsiasi controllo democratico, pur avendo il potere di influenzare scelte fondamentali, come quelle di un modello di organizzazione sociale ed economica.<br />
Il fatto che lo scorso 12 luglio il commissario europeo della concorrenza Joaquin Almunia abbia affermato (7) che non esistono elementi per avviare un&#8217;azione dell&#8217;antitrust europeo contro le agenzie di rating (&#8220;non vediamo finora la possibilità di reagire contro questo oligopolio&#8221;), dimostra che nemmeno un&#8217;entità politico-economica del livello dell&#8217;Unione Europea ha le idee e il coraggio necessari per individuare e percorrere nuove vie, che sottraggano i nostri popoli alla presa di poteri mondiali che stanno riconfigurando la stessa democrazia politica così come essa è stata pensata e attuata fino ad oggi.</div>
<p>1) H. Buchter, &#8220;L&#8217;astro nascente di Wall Street&#8221;, <em>Die Zeit</em>, in <em>Internazionale</em>, n. 899, 27 maggio 2011.<br />
2) S. Bocconi, &#8220;Se BlackRock importa i fondi sovrani a Piazza Affari&#8221;, <em>Corriere della Sera</em>, 11 dicembre 2009.<br />
3) G. Colonna, &#8220;Come si conquista un paese: l&#8217;attacco della finanza internazionale all&#8217;Italia&#8221;,<br />
<a href="http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146">http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146</a><br />
4) Intervento &#8220;Crisi dei mutui e finanza mondiale&#8221;, conferenza del 14 dicembre 2007; testo scaricabile su <a href="http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&amp;tema=Conferenze">http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&amp;tema=Conferenze </a><br />
5) H. Butcher, cit.<br />
6) Ivi.<br />
7) &#8220;Almunia: dalle agenzie nessun abusto sull&#8217;antitrust&#8221;, <em>Il Sole 24 Ore</em>, 13 luglio 2011.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gcolonna.wordpress.com/267/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gcolonna.wordpress.com/267/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gcolonna.wordpress.com/267/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gcolonna.wordpress.com/267/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gcolonna.wordpress.com/267/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gcolonna.wordpress.com/267/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gcolonna.wordpress.com/267/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gcolonna.wordpress.com/267/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gcolonna.wordpress.com/267/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gcolonna.wordpress.com/267/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gcolonna.wordpress.com/267/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gcolonna.wordpress.com/267/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gcolonna.wordpress.com/267/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gcolonna.wordpress.com/267/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gcolonna.wordpress.com&amp;blog=5881198&amp;post=267&amp;subd=gcolonna&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Come si conquista un Paese: l&#8217;attacco della finanza internazionale all&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 12:39:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L&#8217;attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell&#8217;Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.<span id="more-260"></span></p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all&#8217;euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l&#8217;ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall&#8217;altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di <em>democracy building</em> all&#8217;americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.</p>
<p align="JUSTIFY">Infine, l&#8217;Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.</p>
<p align="JUSTIFY">Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall&#8217;Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell&#8217;allocazione dei capitali. Il classico concetto dell&#8217;economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all&#8217;aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato “tradizionale” dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un&#8217;arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) – nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti “non allineati”:</p>
<p align="JUSTIFY">“Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell&#8217;incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all&#8217;aumento. La promessa di dividendi spinge i <em>trader</em> ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l&#8217;inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un “contraccolpo” che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati”(2).</p>
<p align="JUSTIFY">La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.</p>
<p align="JUSTIFY">Moody&#8217;s e Standard&amp;Poor&#8217;s hanno rappresentato nell&#8217;attacco all&#8217;Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria “voce del padrone”. Sono stati infatti gli <em>outlook</em> (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l&#8217;Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody&#8217;s, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.</p>
<p align="JUSTIFY">La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.</p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Il primo azionista di Moody&#8217;s, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni </span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody&#8217;s. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&amp;Poor&#8217;s: ecco nell&#8217;azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?”(3).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Queste agenzie non hanno alcuno </span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>status</em></span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"> giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite </span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>Nationally Recognized Statistical Rating Organizations</em></span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"> (NRSRO) e lo stesso ha fatto la </span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>Securities and Exchange Commission</em></span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"> (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4). Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come poche giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody&#8217;s, Standard&amp;Poor&#8217;s e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother&#8217;s, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de </span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>Il Sole 24 Ore</em></span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Moody&#8217;s, </span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell&#8217;assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d&#8217;oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un&#8217;enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all&#8217;utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody&#8217;s ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi”(5).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="color:#000000;">“<span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento “t” il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>trader</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"> è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.</span></span></span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull&#8217;oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l&#8217;instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato”(6).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Se dunque il mito dell&#8217;efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l&#8217;incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell&#8217;attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa “punizione monetaria” è accompagnata dal processo di “liberalizzazione finanziaria”, che è l&#8217;esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la “repressione finanziaria” (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e “liberazione monetaria” (con la fine del </span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>gold standard</em></span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti”(7).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i “mercati finanziari”, accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all&#8217;uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell&#8217;efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile. Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l&#8217;inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che “quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni”, non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta “logica di mercato” è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell&#8217;economia, non esiste, mentre esistono </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>attori</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"> che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le “ghiotte occasioni” per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l&#8217;Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l&#8217;Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;">“<span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">C&#8217;è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch&#8217;essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell&#8217;euro. (…) </span></span></span>Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l&#8217;efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti”(8).</p>
<p align="JUSTIFY">Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l&#8217;unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull&#8217;Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo. In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all&#8217;ampiezza della loro utilizzazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l&#8217;apertura di un&#8217;inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all&#8217;attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l&#8217;irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">1) R. Steiner, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>I capisaldi dell&#8217;economia</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">, Milano, 1982, pp. 110-111.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">2) Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe: 10 pseudo “obvious facts”, 22 measures to drive the debate out of the dead end”, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>R</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>eal-world economics review</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">3) F. Pavesi, “Moody&#8217;s, S&amp;P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating”, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>Il Sole 24 Ore</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">, 9 maggio 2010.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">4) F. William Engdahl, “</span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg”,</span></span></span><span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://www.globalresearch.ca/"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>Global Research</em></span></span></a></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">November 23, 2007.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">5) F. Pavesi, loc. cit.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">6) </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Aa.Vv., “Crisis and debt in Europe”, cit., p. 23.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">7) Ivi, p. 26.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">8) G. Perissinotto, “Serve una risposta europea agli attacchi”, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>Il Sole 24 Ore</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">, 9 luglio 2011</span></span></span></p>
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		<title>Turchia e Israele tornano a parlarsi</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 12:31:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gcolonna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Il parlamento libanese in queste ore sta accanitamente discutendo la posizione da assumere rispetto alla richiesta, presentata dal Tribunale Speciale per il Libano (TSL), di incriminazione e arresto di quattro esponenti del movimento libanese Hezbollah, in relazione all&#8217;uccisione del primo ministro libanese Hariri, avvenuta il 14 febbraio 2005. Il Paese appare spaccato sulle decisioni da assumere in conseguenza della pronunzia del TSL, attesa da mesi, della quale era da tempo noto il potenziale pericolo per la stabilità del Paese dei Cedri; ancor più pericolosa nel momento in cui la vicina Siria è in preda a gravi disordini, sicuramente motivati da consistenti interne ragioni di scontento, sulle quali però influisce ed opera attivamente la volontà destabilizzatrice di vicini da tempo interessati a porre fine alla dinastia degli Assad.<span id="more-257"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Il movimento sciita Hezbollah non può che vedere come un serio pericolo per la sua stessa sopravvivenza la combinazione delle due circostanze, come dimostrano notizie di stampa israeliana secondo cui il movimento integralista libanese sta in fretta e furia facendo rientrare in Libano armamenti e strutture ancora localizzati in Siria, nel timore che il crollo del regime possa comportare la perdita di risorse fondamentali lì collocate come “retrovia” del movimento. Tutto ciò senza contare le conseguenze dell&#8217;eventuale perdita del supporto politico siriano e più in generale di una perdita di influenza della Siria in Libano, influenza che ha comunque svolto un ruolo stabilizzatore, dopo la terribile guerra civile degli anni Settanta.</p>
<p align="JUSTIFY">È difficile non guardare con preoccupazione all&#8217;addensarsi di così alte e coincidenti tensioni in un&#8217;area da sempre cruciale per l&#8217;intero Medio Oriente: lo confermano molti segnali che provengono anche dallo Stato ebraico, dove a metà giugno ha avuto luogo una delle più imponenti esercitazioni di difesa civile, denominata <em>Turning Point 5</em>, che ha coinvolto decine di municipalità israeliane, messe in stato di allerta anti-missile per ore, col ripetuto risuonare delle sirene che simulavano l&#8217;attacco di centinaia di razzi a corto e medio raggio provenienti per l&#8217;appunto dalla frontiera libanese e dalla Striscia di Gaza. Come se non bastasse, si è aggiunta la notizia dello schieramento alla frontiera settentrionale di Israele di una batteria del nuovissimo sistema anti-missile <em>Iron Dome</em>, sino ad ora localizzate nel sud del Paese.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;elemento nuovo tuttavia che a nostro avviso occorre considerare con speciale attenzione è rappresentato dalla Turchia che, negli ultimi mesi, ha ripreso piuttosto in sordina il proprio pieno supporto alle posizioni occidentali. Lo dimostra il fatto che Erdogan ha messo a disposizione della coalizione anti-Gheddafi ben cinque unità navali ed un sottomarino, per tenere aperto e sotto controllo il corridoio di aiuti militari da Bengasi verso Creta e Cipro, permettendo allo stesso tempo alle forze aeree della Nato di utilizzare la base militare aerea di Izmir, fornendo in tal modo un contributo determinante a sostegno degli insorti della Cirenaica, regione da sempre storicamente connessa alla Turchia.</p>
<p align="JUSTIFY">Nello stesso tempo, il grande Paese anatolico ha voluto apparire estremamente cauto rispetto alla situazione siriana, affermando ripetutamente la volontà di non interferire negli affari interni del Paese, ma al tempo stesso, non senza evidenti ambiguità, ha lasciato operare apertamente entro i propri confini forze di opposizione al regime siriano. È chiara in questo la volontà turca di prendere gradualmente le distanze dal regime di Assad e insieme di evitare un aumento della tensione alla propria frontiera meridionale, sulla quale non possono che riflettersi pericolosamente la destabilizzazione di Siria e Libano.</p>
<p align="JUSTIFY">Queste preoccupazioni contribuiscono a spiegare l&#8217;iniziativa di sviluppare con Israele colloqui segreti che sarebbero iniziati nel corso del mese di giugno. Il 21 giugno infatti il giornale israeliano <em>Haaretz</em>, a firma del giornalista Barak Ravid, precisava che questi colloqui sono formalmente sorti dall&#8217;esigenza di trovare una soluzione di compromesso sulle conclusioni del rapporto che la commissione delle Nazioni Unite dovrebbe rilasciare alla fine di luglio in merito all&#8217;attacco israeliano del maggio 2010 alla <em>Freedom Flotilla.</em> Proprio quando si sta tentando di organizzare una nuova operazione umanitaria di consegna via mare di aiuti alla popolazione di Gaza, il governo turco ha questa volta manifestato un&#8217;evidente riluttanza a sostenere direttamente l&#8217;iniziativa, diversamente da quanto accaduto nel 2010, quando proprio la nave turca <em>Mavi Marmara</em> era stata oggetto del sanguinoso intervento israeliano: Erdogan ha infatti chiesto ed ottenuto che l&#8217;organizzazione umanitaria islamica IHH, il cui ruolo era stato fondamentale l&#8217;anno scorso, si astenesse dal prendere parte all&#8217;operazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma la posta in gioco di questi colloqui è a nostro avviso molto più alta. Alla luce di quanto abbiamo già visto, sicuramente agli incerti sviluppi della situazione interna in Libano ed alla possibile caduta del regime di Bashir Assad, si somma anche una terza componente, la posizione che la Turchia assumerà rispetto alla possibile proclamazione unilaterale dello Stato palestinese nel prossimo autunno. Sono tutti passaggi decisivi nelle relazioni fra Israele e Turchia in quanto è evidente che da anni quest&#8217;ultima rimane l&#8217;unica forza nella regione di cui lo Stato ebraico debba tenere attentamente conto in ogni possibile disegno di risistemazione definitiva dell&#8217;area.</p>
<p align="JUSTIFY">Se i colloqui segreti in corso in queste settimane supereranno il contenzioso turco-israeliano accumulatosi in questi ultimi anni, Israele potrebbe vedere grandemente ampliata la propria capacità di riprendere l&#8217;iniziativa nella regione: non è difficile supporre infatti che al centro dei colloqui di queste ore sia in primo luogo la valutazione delle reciproche posizioni sui possibili sviluppi della crisi parallela in Libano e Siria. Non si può infatti non dimenticare che tutti gli interventi israeliani in Libano sono sempre stati resi possibili dal sostanziale silenzio-assenso della Turchia, il solo Paese che avrebbe potuto credibilmente intimare un altolà a Israele e per questo assai temuta dal falco israeliano Ariel Sharon, all&#8217;epoca uno dei maggiori strateghi politico-militari dello Stato ebraico.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family:Garamond,serif;">È</span> il caso di chiedersi, a questo punto, cosa stia avvenendo in Turchia sul piano interno, dato che il nuovo successo elettorale delle forze politiche dell&#8217;AKP del primo ministro Erdogan non può che essere stato ottenuto, oltre che per l&#8217;indubbio consenso popolare di cui gode, anche grazie al raggiungimento di un equilibrio con i desiderata delle forze armate turche, notoriamente da sempre assai vicine agli Usa e ad Israele: un obiettivo assai delicato, che deve essere stato perseguito anche mediante un&#8217;opportuna gestione giudiziaria del caso <em>Ergenekon</em>, l&#8217;annosa indagine sulla “strategia della tensione” alla turca che alti gradi delle forze armate hanno diretto per anni nel Paese e che è venuta alla luce proprio quando era necessario ridimensionare il ruolo politico dei militari in Turchia. <span style="font-family:Garamond,serif;">È</span> ora possibile che, rafforzata la propria posizione politica interna e definito un equilibrio fra l&#8217;islamismo moderato al potere e lo <em>Stato permanente turco </em>(il “<span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;"><em>derin devlet</em></span></span><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">, lo stato profondo, la forza che tira i fili del potere nel paese”, come scrive Suzy Hansen), Erdogan possa anche riprendere la politica di piena collaborazione con Israele, continuando a coltivare l&#8217;ambizioso progetto di porsi come “onesto sensale” fra Occidente e Medio Oriente, con un occhio sempre rivolto alla sfera d&#8217;influenza che la Turchia coltiva nei paesi turcofoni centro-asiatici.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family:Garamond,serif;"><span style="font-size:small;">Se così fosse, Israele nei prossimi mesi potrebbe finalmente trovare via libera in primo luogo verso Libano e Siria, ma anche per risolvere in modo definitivo la questione Iran, ora passata in secondo piano sui media internazionali ma sempre d&#8217;attualità sul piano dei fatti, soprattutto in vista delle elezioni in quel paese programmate per il 2012, una partita decisiva per Ahmadinejad e dunque anche per lo Stato ebraico.</span></span></p>
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