Per un 2021 di consapevolezza

Non si parla altro che del Covid-19, bisogna prenderne atto. Per quanti minuti riusciamo a discorrere prima di ricadere lì? Fate l’esperimento…

Per chiudere utilmente l’anno ho curato per clarissa.it la traduzione di due articoli di The Atlantic che avevo raccolto quest’estate, quando cercavo di orientarmi nel flusso mediatico molto conformista che ci ha bombardato per tutto l’anno 2020.

Li ho tenuti nel cassetto fino ad oggi, un esperimento che faccio spesso, quando trovo cose interessanti: abituati alla velocità con cui oggi si consuma l’informazione, metto alla prova quello che trovo tenendolo in formalina per mesi, e andandolo a rivedere dopo.

Ho cominciato a scoprire che i buoni articoli non solo mantengono la loro attualità, ma spesso diventano ancora più attuali dopo mesi, prendono più sapore, quando le cose cominciano a realizzarsi, verificando la verità o meno di quel contenuto.

Forse è una deformazione che mi viene dal mio continuo lavoro di ricercatore, a cui la frequentazione della materia storica ha insegnato molto su come trattare l’attualità: mai avere fretta!

Perché li trovo utili, questi due articoli?

Uno si occupa, udite udite, dei vaccini, non serve aggiungere altro: solo che ci dice come si è organizzato negli Usa il tutto, e non vi sarà difficile trovare collegamenti (e non) con quello che si è iniziato a fare da noi. Lascio a voi le conclusioni. Altre cose le vedremo strada facendo nel prossimo 2021: penso che tornerete a rileggere questo testo, io lo farò di certo.

Il secondo si occupa di sistema immunitario umano, un altro tema centrale difronte alla pandemia, di cui però, come vedrete, si sa ben poco, anzi pochissimo – e, nonostante questo, scienziati, tecnici, esperti e ovviamente… politici! parlano e sparlano dando per certe cose che certe non sono affatto. È un bell’esempio di seria divulgazione scientifica, in cui a volte gli anglo-sassoni eccellono.

Ne vengono fuori molte indicazioni interessanti, sia a proposito delle molte stranezze di questo virus, che potrebbero confermare il sospetto di una sua ingegnerizzazione, sia a proposito della prudenza che si dovrebbe adottare magnificando i vaccini come fattore risolutivo.

Sia, soprattutto, una questione fondamentale: la scienza sta perdendo quello che ha di meglio, la vocazione galileiana del provando e riprovando, ovvero lasciare la porta aperta a tutte le ipotesi. Invece gli scienziati che hanno fatto carriera cominciano a fare come facevano i teologi, assegnando patenti di verità o di fake news a Tizio e Caio, se osano dire cose diverse dalle loro. Una deriva pericolosa…

Insomma, ho offerto una vaccinazione di realismo per curarci del trionfalismo mediatico con cui ci vengono presentate in queste settimane i vari V-Day, riprendendo retoriche di ben nota memoria bellica.

Spero che questi testi vi interessino e vi aiutino a riflettere, e a discutere con maggiore cognizione di causa.

Poi dovremo cominciare a parlare di cosa sta succedendo in Italia… Ma questo è un altro discorso.

Che il 2021 sia per tutti noi un anno di maggiore consapevolezza – questo è il mio più sincero augurio ai miei quattro lettori!

Il futuro della Nato

Ho appena pubblicato su clarissa.it un’analisi sul documento dello scorso 25 novembre che un gruppo di studio della Nato ha elaborato per definire le linee strategiche dell’Organizzazione politico-militare atlantica da qui al 2030.

Non riprendo qui quanto ho scritto (anche in merito alle implicazioni per l’Italia), sottolineo solo l’importanza di questo studio perché lì vediamo come si pensa di reagire alle oggettive difficoltà che l’Organizzazione ha incontrato negli ultimi anni nel rapporto con gli alleati europei: in un fase in cui gli Stati Uniti d’America hanno manifestato, con Trump, la possibilità di un riorientamento delle priorità strategiche del Paese dall’Atlantico al Pacifico, a seguito della crescente potenza cinese.

Non dimentichiamo infatti che una lettura della storia dell’imperialismo americano, come quella che Franz Schurmann fece negli anni Settanta (F. Schurmann, The Logic of World Power, 1974), vedeva proprio nella questione Atlantico o Pacifico uno dei maggiori punti di discussione, competizione e contrasto all’interno della classe dirigente statunitense.

Non solo. Alcune questioni, passate quasi inosservate, come il ridispiegamento di forze militari Usa dal territorio tedesco a quello polacco, decise da Trump, evidenziavano le difficoltà della potenza egemone dell’Occidente a relazionarsi con la Germania – un aspetto anche questo mai da trascurare, pure nell’evidente continuità dei legami transatlantici.

Infine, la scelta Brexit, riportando la Gran Bretagna al mai dismesso rapporto privilegiato con gli Usa, avviato dalla Prima Guerra mondiale, pur attraverso alterne vicende, poteva rappresentare una tentazione ulteriore di arroccamento sui pilastri anglo-sassoni del UKUSA (comprendente come si sa anche Canada, Australia e Nuova Zelanda), allentando la presa sull’Europa Occidentale.

Dalla lettura di questo documento, pare invece che la Nato a guida Usa voglia, nell’arena mondiale, spingere l’Europa a subordinarsi ancor di più alla grande alleanza occidentale. In sostanza la Nato sembra voler rilanciare la posta in gioco, proiettandosi in una dimensione mondiale, come perno politico-militare-tecnologico del controllo dell’area euro-afro-mediorientale.

Disegno ambizioso, forse troppo ambizioso, alla luce della crisi economico-finanziaria del mondo occidentale, resa ancora più critica dall’emergenza sanitaria in corso da quasi un anno.

Ho segnalato questo documento perché esso esplicita in modo molto articolato come la Nato intenda ridisegnare il futuro post-Covid. Ma è anche evidente il chiuso conservatorismo di questa visione, per quanto intriso dell’enfasi sulle nuove tecnologie, che pervade la più parte del testo.

La domanda di fondo è quindi, in definitiva, quanto questi strateghi atlantici, di cui si tace il nome, stiano davvero capendo non solo il presente ma soprattutto il futuro.

Flussi Mediatici

Le informazioni che dominano la televisione ed i giornali sono oggi concentrate sulla pandemia: qui avremmo bisogno tutti di un’analisi più puntuale delle cifre – distinguendo contagiati da malati, decessi attribuiti con certezza al virus da quelli dovuti a più tradizionali malattia del sistema respiratorio (una della causa principali di morte in Italia ben prima del virus).

Da poco, al rincorrersi delle cifre, si è aggiunta la questione dei vaccini, destinata a dominare nei prossimi mesi: anche qui avremmo bisogno di capire informazioni che non si trovano facilmente. Che incidenza avranno questi vaccini sul sistema immunitario umano? Le sperimentazioni hanno avuto il tempo richiesto dai protocolli fino ad ora seguiti? Dovranno essere ripetuti per ogni stagione, come quelli influenzali? Quanto guadagnano le aziende produttrici? Che controlli verranno effettuati? Cosa verrà brevettato? I Paesi meno ricchi accederanno a questi rimedi?

Tutto questo a prescindere dal fatto che si sia o meno convinti della pericolosità del virus e della validità dei vaccini in sé: non è questione da poco (è il caso di ricordare che Alfred Edgar Wallace, il naturalista cui lo stesso Darwin riconobbe un ruolo fondamentale nell’elaborazione dell’evoluzionismo, sostenne cifre alla mano che il vaccino contro il vaiolo non aveva affatto avuto i risultati che venivano proclamati al suo tempo).

Ma “la storia” va avanti impavida: l’economia americana, Covid o non Covid, segna impressionanti progressi (perché?), l’Asia ha dato prova di una capacità di gestire le crisi globali che deve farci riflettere, in Medio Oriente la questione Iran, quella siriana e quella israelo-palestinese sono sempre all’ordine del giorno – ma passano inosservate.

Attenzione, una distrazione globale dovuta al virus globale potrebbe costare cara nei prossimi anni, forse per decenni.

Mai come ora il mainstreaming sempre più gestito da un pugno di aziende e di uomini ostacola la piena consapevolezza di quello che accade. Non resta che affacciarsi alle pagine di Internet, ma soprattutto documentarsi, riflettere, discutere, senza cadere né nella paura né nella rassegnazione.

Stato Italiano e Mafia: una novità

La questione dei rapporti fra lo Stato repubblicano e la Mafia nel secondo dopoguerra ha già fatto scorrere fiumi di inchiostro. Non pretendiamo certo in poche righe di sviscerare un argomento tanto discusso.
Lo scopo oggi è solo di segnalare una “pista” che è emersa dall’acuta analisi di Vincenzo Vinciguerra in un articolo stringato e lucido, che merita assolutamente di essere letto da tutti quelli che onestamente aspirano alla verità.
Sul fatto che la mafia sia stata reimportata nel nostro meridione dalla collaborazione che il servizio segreto (ONI) della US NAVY stabilì con Lucky Luciano, non vi sono dubbi: neanche sul fatto che la mafia abbia svolto un ruolo decisivo nel facilitare il successo dell’operazione Husky (lo sbarco alleato in Sicilia) vi sono dubbi.
La discussione infuria ancora sulle vicende successive: per esempio, sulla sanguinosa meteora del bandito Giuliano, sulla sua fine e quella del suo braccio destro, Gaspare Pisciotta, essendo comunque evidente che anche quel banditismo venne sfruttato per ragioni politiche inconfessabili dalla classe dirigente democristiana da poco giunta nelle stanze dei bottoni.
La pagina che ora viene affrontata da Vinciguerra, in una prospettiva che merita la più alta considerazione, è quella del “caso Sindona”, dato che esso ha avuto un ruolo che difficilmente può essere sottovalutato per comprendere i segreti, che non sono più misteri, della storia repubblicana.
Vinciguerra avanza, documentandola, l’ipotesi che il capo della mobile di Palermo, vicequestore Boris Giuliano, non sia stato assassinato perché giunto ad importanti scoperte nelle sue indagini, ma, più semplicemente e ancor più tragicamente, per far posto ad un funzionario più accomodante di lui: appunto nell’imminenza del rientro in Italia, e più precisamente in Sicilia, di Michele Sindona, pronto alla battaglia finale in difesa dei suoi vasti interessi, che notoriamente coinvolgevano la classe dirigente politico-affaristica italiana, in stretto collegamento con alcuni dei più importanti centri di potere Usa, in primis la CIA.
La morte di Giuliano avrebbe quindi permesso di collocare al suo posto una figura come quella del vice-questore Giuseppe Impallomeni, coinvolto a Firenze in una brutta storia di bische, poi affiliato alla massoneria e infine alla loggia P2, grazie ad una personale conoscenza con Gelli, forse risalente proprio al periodo ed alle vicende fiorentine.
Non voglio qui riassumere l’articolo di Vinciguerra, perché esso merita di essere letto e meditato integralmente, e non in sintesi.
L’importanza di questa ipotesi sta nel fatto che questo evento, l’uccisione di un alto funzionario di polizia, da eliminare per far posto ad uno condizionato e condizionabile, dimostrerebbe una presenza con poteri decisionali ai più alti livelli del Ministero degli Interni in grado di condurre questa delicata operazione, visto che è lì che Impallomeni passa in un batter d’occhi dalla 309a posizione alla 13a in graduatoria, ed è da lì che viene comandato a sostituire Boris Giuliano alla mobile di Palermo.
Alla luce del fatto che in molte delle successive inchieste di mafia, fino alle più clamorose, come l’assassinio del giudice Borsellino, risulta oramai conclamato l’intervento di uomini dello Stato – l’ipotesi di Vinciguerra delinea un’ininterrotta continuità di rapporti fra mafia e Stato, ma di tipo assai diverso da quello finora ipotizzato.
Dovrebbe essere considerato con la massima serietà, dai magistrati che ancora oggi indagano sulla cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”, il fatto che da questa ricostruzione emerge una ben diversa prospettiva, se davvero Vinciguerra ha ragione, come già l’ha avuta in merito ai fondamenti ideologici ed operativi della strategia della tensione.
Si tratta cioè di una ben diversa configurazione del rapporto fra le due entità, Stato e Mafia. Non di una trattativa fra due istituzioni indipendenti, e quindi sempre potenzialmente in conflitto: ma di una collaborazione coordinata e continuativa fra di esse nella gestione del potere in aree, settori e istituzioni del nostro Paese.
L’articolo di Vinciguerra a noi ha quindi fatto fare un salto sulla sedia: succederà lo stesso ai magistrati di questo Stato-Mafia?

Un appello a rendere pubblici i documenti sul Club di Berna

Segnalo ai lettori l’appello pubblicato su clarissa.it da Gaetano Sinatti, che da anni si occupa della storia della strategia della tensione, relativamente all’esigenza di ottenere la pubblicazione dei verbali delle riunioni del Club di Berna, una struttura informale di coordinamento dei servizi di sicurezza e di intelligence attiva in Europa dal 1969, con la determinante presenza di Israele e degli Stati Uniti.

Sinatti spiega e documenta che questa struttura è tuttora il master mind delle strategie anti-terrorismo in Europa, il che solleva dubbi importanti, visto quanto viene illustrato in merito alle impostazioni strategiche del Club di Berna negli anni Settanta, che a quanto pare prevedevano esplicitamente attività di infiltrazione e di provocazione.

Il fatto che il prefetto Federico Umberto D’Amato, post-mortem incriminato nel 2020 quale mente della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, di cui è da poco trascorso il quarantesimo anniversario, si sia presentato pubblicamente quale promotore del Club di Berna nel 1992, mi pare che legittimi ampiamente l’appello di clarissa.it, al quale ovviamente aderisco.

Che il Club di Berna ci racconti la sua storia e renda pubblici i suoi documenti, almeno quelli del critico trentennio 1969-2000.

Solo la verità rende liberi.

 

Sospetti sull’esplosione di Beirut

Non è proprio il caso di alimentare dietrologie su quanto accaduto a Beirut: non ce n’è proprio bisogno, dato che in genere da quelle parti la realtà supera l’immaginazione.

Tuttavia un video fra i molti postati su twitter dà adito a forti sospetti:

L’ho visto e rivisto diverse volte e un rumore che si inserisce intorno ai minuti 1:40 – 1:46 sembra quello di un velivolo.

In ogni caso si comprende che l’esplosione è stata preceduta da questo incendio. È pur vero che i chimici dicono che il nitrato di ammonio, comunissimo concime azotato, non prende fuoco, tanto meno esplode, se non innescato in qualche modo.

Nulla poi si è saputo sull’attesa sentenza del caso Hariri, anche quella una bella pagina di sospetti.

Il Medio Oriente è oramai una bolgia infernale, nel disinteresse europeo. Eppure, i conflitti in atto si sono oramai estesi fino alle porte di casa nostra, poiché in Libia si fronteggiano due gruppi diversi di attori mediorientali.

Con chi sta l’Italia?

 

L’arroganza degli scienziati

Non ce l’ho proprio fatta più: dopo l’ennesima panoramica sugli scontri fra scienziati italiani sulla pandemia, mi sono sentito di scrivere un breve pezzo su clarissa.it, La scienza si fa partito.

Secondo me la causa è il potere acquisito dalla scienza contemporanea. L’avere assegnato a lei l’ultima parola persino nelle decisioni “politiche”. Entrando in politicis ovviamente gli scienziati si schierano partiticamente, presi subito al volo dai partiti che, non avendo più riferimenti ideologici convincenti, ricorrono alla scienza per darsi una linea.

Così quella patologia fra le tre sfere sociali di cui ha parlato così chiaramente Rudolf Steiner è oggi completa, la si vede con assoluta chiarezza.

Non ho parlato in quell’articolo della commistione con il potere economico, perché essa merita un discorso a parte: negli Stati Uniti se ne parla molto, per esempio rispetto ai conflitti di interesse che esistono fra i “valutatori” degli articoli scientifici, con la nota modalità di valutazione peer-to-peer che non è affatto oggettiva come si pretende. Se avrò modo, riprenderò il ragionamento.

Magari si aprisse un dibattito serio su queste cose!

Quaranta anni dopo Ustica

Consiglio vivamente ai miei lettori di leggere l’articolo pubblicato da Gaetano Sinatti sul sito clarissa.it in merito alla tragica vicenda di Ustica, del 27 giugno del 1980, quando venne abbattuto l’aereo civile Dc-9 Itavia con a bordo 81 nostri concittadini.

L’articolo non va per il sottile: ma, oltre al riepilogo di alcuni dati essenziali, che occorre conoscere, punta al nocciolo della questione, vale a dire le ragioni del silenzio della classe dirigente italiana sul riconoscimento delle responsabilità delle potenze “alleate” che siamo oggi ragionevolmente certi abbiano operato quella sera in assetto di guerra, senza mai aver spiegato cosa sia accaduto.

Si tratta di un altro caso in cui la verità storica è ampiamente documentata, ma lo Stato sedicente democratico non ha mai ritenuto di prendere una posizione pubblica nei confronti dei responsabili, che ad esso sono pure ben noti, come dimostrano le parole, fra le altre, di un Francesco Cossiga, egli pure come sempre mafiosamente allusivo.

Non mancano i riferimenti all’attualità, in particolare al destino della Libia e di Gheddafi, obiettivo dell’azione di guerra del 27 giugno 1980: una questione in cui nuovamente l’Italia si trova oggi in estrema difficoltà.

Un articolo quindi che ci sollecita, per chi già non lo faccia, ad una meditazione accorata sulla storia del nostro popolo dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Israele e l’annessione della Cisgiordania

Agli affezionati lettori segnalo l’articolo che ho appena pubblicato su clarissa.it:

Palestina: cronaca di un’annessione annunciata

Sarebbe tempo oramai di ripubblicare un’edizione aggiornata di Medio Oriente senza pace!

Certo è che questo nuovo atto di forza del governo dello Stato di Israele non semplifica la situazione generale del Medio Oriente, nella quale convergono oramai diversi nodi storico-politici la cui combinazione potrebbe determinare serie conseguenze per la pace mondiale:

a) quello israelo-palestinese

b) quello relativo all’Iran, con le sue implicazioni per l’Iraq, il Golfo Persico, Israele

c) quello siriano-libanese, aggravato dalla gravissima crisi economica nel Paese dei cedri

d) quello libico, con il ruolo crescente della Turchia

e) quello dell’Arabia Saudita, un regime tenuto su dal potere della finanza internazionale

Il fatto nuovo è la crescente delega che gli Stati Uniti stanno attuando della propria iniziativa in quell’area allo Stato di Israele, che si riverbera sempre di più anche nell’influenza che lo Stato ebraico assume nei riguardi dei Paesi mediterranei, Italia in primis.

Putroppo, l’eccessiva attenzione prestata dai media alle beghe dei nostri partiti impedisce la visione di un quadro di insieme in cui l’Italia è sempre più quantité négligeable come ci dicono gli sviluppi in Libia, in cui Turchia, Russia e Israele sono oggi i veri protagonisti.

Buona lettura e buone riflessioni!

 

Ritorno al futuro prossimo

Da parecchio tempo non aggiorno il blog. Molte cose sono trascorse.

Eppure, sembra di trovarsi al punto di partenza. Nonostante i drammi vissuti dal nostro Paese, in Europa e nel mondo.

Difficile perdere le antiche abitudini di pensiero e di potere.

Vi consiglio di leggere quanto ho appena scritto su clarissa.it a proposito della Next Generation EU, un nome che più ironico non poteva essere.

La crisi pandemica poteva essere un’occasione di ripensare l’organizzazione economica delle nostre società, invece vengono riproposti i vecchi schemi.

Fino a quando questo conservatorismo ammantato di belle parole umanitarie potrà far fronte all’urto dei tempi e dei conflitti sociali, economici e geopolitici che premono intorno a noi?

Le forze politiche che siedono nei parlamenti nazionali ed europei continuano a pensare nei termini di cinquanta se non di cento anni fa. Non è certo da loro che verranno i cambiamenti che si rendono indispensabili.

Può sembrare inutile continuare a parlarne e a scriverne, ma non è così: occuparsi seriamente di queste tematiche è gettare il seme buono nel terreno del futuro. Non c’è altro da fare.