La nuova strategia per la penetrazione degli Ogm in Europa

di G. Sinatti, Associazione Terre dell’Adriatico – Adrialand

Pubblichiamo un importante articolo dell’autorevole agenzia Reuters, che contiene importanti indiscrezioni che la Commissione europea ha evidentemente lasciato filtrare pochi giorni fa sul progetto di nuova regolamentazione della coltivazione degli Ogm in Europa. A nostro avviso si tratta di un piano di estrema importanza perché mette in luce alcuni elementi essenziali per comprendere cosa accadrà nei prossimi mesi. Sintetizziamo brevemente, anche per i lettori non specializzati, i dati essenziali della situazione attuale:Continua a leggere…

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Europa e Ogm, la battaglia continua

La battaglia normativa per la piena introduzione degli Ogm in Europa sta vivendo alcuni passaggi particolarmente significativi.
Lunedì 16 febbraio scorso, infatti, l’ufficio tecnico incaricato dalla Commissione Europea per la valutazione dei problemi delle biotecnologie Standing Committee on the Food Chain and Animal Health e riunitosi per sconfessare il divieto di coltivazione introdotto da Francia e Grecia, non è stato in grado di raggiungere una decisione a maggioranza qualificata, il che significa, nella comitatologio europea, che non ha potuto assumere una decisione, nonostante 16 nazioni siano state a favore del bando anti-Ogm e 9 contrarie, con la significativa astensione della Germania e di Malta.
Un nuovo appuntamento in questa interessante battaglia, che rivela anche il deficit di democrazia ed autorevolezza della Commissione, è per il 2 Marzo, quando i Ministri dell’Ambiente dovranno discutere dei bandi anti-Ogm introdotti da Austria e Ungheria.
Nell’attesa di seguire questi sviluppi è da leggere l’articolo dello International Herald Tribune che mette chiaramente in luce le forze in gioco e talune delle loro motivazioni.

Nuovi sforzi per ottenere l’assenso dell’Unione Europea alle colture OGM

di James Kanter
Lunedì, 16 febbraio 2009
International Herald Tribune (tutti i diritti riservati)

Bruxelles. L’industria biotecnologica ha sviluppato lunedì un nuovo tentativo di ottenere un cambiamento di posizione da parte dei governi dell’Unione Europea e superare il grave ritardo nella diffusione delle colture geneticamente modificate (OGM) in Europa, un’area in cui i cittadini sono stati a lungo scettici in merito alla sicurezza ed al valore delle biotecnologie.
Gli esperti dell’Unione Europea si sono trovati ad un punto morto lunedì in merito al fatto se la Francia e la Grecia devono eliminare i loro divieti di coltivazione dell’unica varietà Ogm approvata per la coltivazione, una varietà di mais resistente agli insetti ingegnerizzata da Monsanto (si tratta di quello che tecnicamente viene denominato Zea mays L. line MON810, N.d.T.).
Alcuni responsabili dell’industria biotech dicono che una votazione più ampia, attesa per la prossima settimana, potrebbe portare alla concessione del permesso di commercializzazione nell’Unione Europea entro la fine dell’anno per altre due varietà di semi ingegnerizzati: uno prodotto dalla Pioneer Hi Bred International, società del gruppo Dupont, insieme a Dow Agro-Sciences e l’altro da Syngenta.
Diverse forze stanno spingendo l’Europa a riesaminare il potenziale dei semi geneticamente modificati, nonostante l’opinione di gran parte dei cittadini favorevoli al blocco della commercializzazione delle colture biotech che ritengono pericolose per l’ambiente e che rappresentano una sgradita intrusione delle multinazionali nel settore agricolo.
Dal 1998, la Commissione europea non ha approvato nessuna richiesta di introduzione di colture modificate geneticamente in agricoltura e questo fatto rende l’Europa un test importante per valutare se l’industria biotech ed i suoi sostenitori riusciranno a recuperare un’immagine positiva e ad ottenere il diritto di cominciare a coltivare quantità significative di Ogm, cosa ancora da mettere in pratica in Europa, nonostante i successi in altre aree del mondo.
I progressi in Europa sono anche importanti per il fatto che una positiva accoglienza degli Ogm qui aumenterebbe le possibilità che molti più agricoltori nelle altre aree del mondo, dove gli Ogm sono coltivati, come negli USA, decidano di comprare semi per colture da destinare all’esportazione. Fino ad ora, la presenza di Ogm nei carichi destinati all’Europa può portare al loro ritorno negli Stati Uniti.
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L’agricoltura biologica e la sicurezza alimentare in Africa

Gaetano Sinatti – Associazione Terre dell’Adriatico

Secondo il rapporto sulla produzione alimentare mondiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) dello scorso dicembre 2008, sui 33 Paesi che nel 2009 avranno bisogno di un aiuto internazionale, a causa della grave situazione di insicurezza alimentare, ben 20 sono africani. Si tratta ovviamente di un fatto che deve fare riflettere, oltre che sulle drammatiche vicende politiche del continente negli ultimi decenni, anche sull’insuccesso che la cosiddetta Green Revolution registra oggi, dopo le grandi aspettative che aveva suscitato rispetto ai problemi alimentari del cosiddetto Terzo Mondo negli anni Sessanta e Settanta: l’utilizzo combinato di varietà ibride, apporti chimici e meccanizzazione, secondo gli standard più avanzati dell’agricoltura industriale dei Paesi occidentali, faceva ritenere che l’Africa in primo luogo avrebbe finalmente raggiunto un sufficiente livello di sicurezza alimentare.
Oggi molti studiosi rilevano che di quel modello di sviluppo non si sono tempestivamente compresi i rischi: distruzione degli ecotipi locali, con conseguente maggiore esposizione ai fattori climatici; desertificazione di grandi aree; diffusione delle monocolture industriali con conseguente aumento della dipendenza dai mercati mondiali; rapporti commerciali fortemente sbilanciati a danno dei produttori agricoli, con rilevante impatto sociale sulle popolazioni locali; gravi minacce alla ricchissima biodiversità locale. Solo per ricordare quelli generalmente riconosciuti. L’aumento dei prezzi agricoli del periodo 2006-2007, sommandosi ai sanguinosi conflitti in corso, ha ulteriormente aggravato questo quadro, ponendo nuovamente al centro dell’attenzione in Africa il problema della sicurezza alimentare. Il modello proposto dalle grandi aziende agroalimentari mondiali, che ha fortemente influito sull’elaborazione dei piani strategici delle organizzazioni internazionali, sembra a questo punto non più in grado di rispondere all’emergenza africana.
Per queste ragioni, è sicuramente una notizia positiva il poter registrare il notevole progresso che un modello diverso di agricoltura, quello dell’agricoltura biologica, ha fatto anche in Africa, dove oggi sono coltivati e certificati 417.059 ettari e 175.266 imprese agricole, con importanti estensioni in Tunisia (154.793 ettari), Uganda (88.439 ha.), Sud Africa (50.000 ha.) e Tanzania (23.732 ha.). Altri 8.3 milioni di ettari sono destinati alle foreste ed alla raccolta spontanea, risorse anche queste molto importanti per la sopravvivenza delle popolazioni locali, con la maggiore estensione in Zambia (7.2 milioni ha.) e significative superfici anche in Sudan (490.000 ha), Kenya (186.000 ha) e Uganda (158.328 ha.). Le coltivazioni maggiormente diffuse sono quelle di piante tessili, colture per semi da olio, piante medicinali e aromatiche, oliveti e piantagioni di gomma arabica.
Ma l’agricoltura biologica africana fornisce nel suo insieme una notevole varietà di prodotti: banane, cereali, verdure fresche, frutti tropicali, agrumi, uva, olio di oliva e di palma, oli essenziali, caffè, cacao, cotone, frutta secca, gomma arabica, erbe officinali e spezie, miele, the, zucchero, noci di anacardo e dell’albero del burro. Ovviamente fino ad oggi queste produzioni sono principalmente rivolte verso il mercato estero, in particolare quello dell’Unione Europea, che rappresenta il maggiore acquirente dei prodotti biologici dell’Africa, anche se a livello locale, nei Paesi africani dotati di strati sociali con maggiore potere di acquisto, cominciano a comparire i primi esempi di un mercato locale.
Questo orientamento commerciale sta anche influendo sui sistemi di certificazione e controllo che sono fondamentali nell’agricoltura biologica, in quanto si tratta dell’unico sistema agricolo in grado di tracciare il prodotto dal seme al piatto del consumatore: gli standard adottati attualmente in Africa sono quindi fortemente collegati a quelli adottati dall’Unione Europea. La certificazione è del resto uno dei punti critici per il produttore agricolo, per il fatto che comporta costi molto elevati e un notevole impegno in termini di tempo: da alcuni anni tuttavia hanno cominciato a diffondersi sistemi di certificazione basate sul “controllo interno”, ovverosia garantite da associazioni che coordinano gruppi estesi di produttori che in tal modo riescono a ridurre il costo per il singolo agricoltore. È un risultato importante perché rivela il notevole avanzamento del movimento dell’agricoltura biologica africana, che ha sviluppato proprie organizzazioni in Uganda, Zambia, Sud Africa, Madagascar, Kenya, Mali, Ghana, Etiopia, Tanzania, Zimbabwe.
Un importante segno della vitalità del settore è stato dato nel maggio 2007, dalla conferenza svoltasi a Dar-es-Salaam e significativamente intitolata, “Liberare il potenziale dell’agricoltura biologica”. Durante la manifestazione, organizzata congiuntamente da UNCTAD e UNEP, organizzazioni delle Nazioni Unite rispettivamente impegnate nello sviluppo del commercio e della protezione ambientale, è stata presentata una prima regolamentazione dell’agricoltura biologica fissata per l’Africa orientale (East African Organic Products Standard) ed il relativo marchio identificativo (East African Organic Mark), entrambi frutto di una proficua collaborazione pubblico-privato supportata dagli organismi delle Nazioni Unite. Per quanto quindi l’agricoltura biologica in Africa operi ancora su superfici di limitata estensione rispetto al potenziale del continente, quello che sembra assumere importanza strategica è la crescente consapevolezza da parte delle organizzazioni internazionali e dei governi locali che il modello agricolo che l’agricoltura biologica propone rappresenta un’alternativa da prendere sempre in sempre più seria considerazione per assicurare lo sviluppo delle produzioni agricole.
Uno studio presentato proprio in occasione della conferenza di Dar-es-Salaam riassume efficacemente i benefici della diffusione dell’agricoltura biologica in Africa: essa è in grado di assicurare una maggiore continuità nella disponibilità di cibo a livello locale, di contribuire in modo determinante alla tutela del patrimonio ambientale e della biodiversità, di sviluppare forme associazionistiche fra produttori locali che ne rafforzano il peso commerciale, di ampliare le autonome competenze tecniche e gestionali degli agricoltori, con conseguente sviluppo dei loro redditi e riduzione della loro dipendenza dalla volatilità del sistema mondiale di scambio delle materie prime.
L’Italia, che è il primo Paese europeo nel settore dell’agricoltura biologica, dovrebbe, forte della sua posizione geografica, contribuire attivamente a lanciare con questo tipo di agricoltura un ponte importante per contribuire strategicamente allo sviluppo sostenibile dell’Africa in una fase particolarmente critica della sua storia.