conflitti, politica internazionale, storia

Non c’è due senza tre

Con l’attacco statunitense alla base aerea siriana di Sharyat, qualsiasi speranza o timore che la politica estera americana potesse cambiare con Trump è stata cancellata, allo stesso modo di quanto accaduto con Barak Obama rispetto ai suoi predecessori.
Sono oramai diversi anni che abbiamo documentato in Medio Oriente senza pace come la politica americana nel Medio Oriente allargato conservi una linea di continuità assoluta e come essa sia in realtà dettata da centri di potere misti israelo-americani che hanno assunto il pieno controllo delle decisioni presidenziali in quest’area: uno studio appena meno che superficiale degli uomini messi anche da Trump nei posti chiave della sua amministrazione dimostra che anche nel suo caso sono gli interessi dello Stato ebraico che dettano la linea. Continua a leggere

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conflitti

Rapporto Chilcot: le menzogne inglesi sull’invasione dell’Iraq

È poco definire banale la maniera con cui la stampa, in primo luogo italiana, ha accolto le conclusioni del “rapporto Chilcot”, la commissione parlamentare d’inchiesta inglese che ha riesaminato le modalità con cui la Gran Bretagna affiancò gli Usa nella decisione di invadere l’Iraq nel 2003.
Stiamo parlando della decisione di attaccare un Paese sovrano, senza alcun accordo da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: anzi, in chiaro disaccordo con la maggioranza di esso, a partire dalla Francia, che l’allora presidente Chirac oppose nettamente, insieme a Russia e Cina, alla volontà bellicista delle potenze anglo-sassoni. Continua a leggere

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conflitti, cultura, storia

Shoah, negazionismo, ricerca storica 1996-2016

Vent’anni fa, nell’aprile del 1996, la storica statunitense Deborah Lipstadt e la casa editrice Penguin Books Ltd. vincevano, davanti ad un tribunale di Londra, il processo intentatogli per diffamazione dallo storico inglese David Irving. Questi aveva infatti considerato diffamatorio il libro della Lipstadt, Denying the Holocaust (1), perché in esso egli veniva attaccato quale negazionista. Irving invece “sosteneva di non poter essere considerato un «negazionista» in quanto le camere a gas erano esse stesse una truffa” (2).

La vittoria in giudizio della Lipstadt, costata alla sua casa editrice ben oltre un milione di sterline dell’epoca in onorari e perizie, ha rappresentato non solo un colpo gravissimo alla credibilità personale di Irving, stimato storico militare della seconda guerra mondiale, ma soprattutto al negazionismo in quanto tale. Da allora, gli storici ritenuti negazionisti sono stati colpiti da numerose azioni giudiziarie, subendo frequenti incarcerazioni, ripetute contestazioni e persino attacchi fisici. Negli ultimi vent’anni, molti Paesi hanno via via adottato specifiche norme che puniscono come reato il negazionismo: da ultimo, l’8 giugno 2016, anche l’Italia ha emanato una normativa specifica, con la quale il negazionismo diventa reato. Continua a leggere

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conflitti, geopolitica, politica internazionale, storia

Le possibili ragioni dell’intervento della Russia in Medio Oriente

L’intervento militare russo in Medio Oriente sembra avere completamente spiazzato gli osservatori occidentali: il monopolio occidentale delle operazioni di “polizia internazionale” a leadership anglo-sassone, a partire dal 1991, improvvisamente sembra essere stato infranto dalla decisione della Duma russa di colpire le forze anti-governative in Siria, siano esse affratellate o meno all’Isis.
Molti sono in effetti i risvolti paradossali di questo pesante intervento militare: la Russia che, a seguito della crisi ucraina, pareva relegata ai margini della comunità internazionale, sembra ora prendere a pretesto la lotta contro l’estremismo islamista per affermare con forza la legittimità del governo Assad. Si tratta quindi in definitiva, più che di un intervento dettato da ragioni ideologiche, di una netta ripresa della più classica delle Reapolitik: la difesa di un alleato storico della Russia, con la quale si pone anche in seria difficoltà uno dei più tradizionali avversari della Russia, la Turchia.
Elemento non meno importante, che Putin sta debitamente enfatizzando, è che la Russia si è così posta di fatto anche alla testa di una coalizione di forze (Siria, Iran e Iraq) che costituiscono un “fronte” arabo sfacciatamente antitetico a quello sunnita-wahabbita guidato dall’Arabia Saudita, proprio ora che quest’ultimo paese si trova impantanato, fra molte critiche anche al suo interno, in un intervento nello Yemen che sembra stia drenando senza costrutto importanti risorse militari dei paesi del Golfo. Continua a leggere

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conflitti, geopolitica, politica internazionale

Ucraina, tra Nato e Russia: cosa deve succedere ancora?

Sono 6832, secondo i dati di luglio 2015, le vittime ufficiali della guerra che si sta combattendo da oltre un anno nella regione orientale dell’Ucraina al confine con la Russia, il Donbass, dopo la caduta del presidente Yanukovich nei primi mesi del 2014.
Gli accordi internazionali di Minsk dello scorso febbraio, con i quali la diplomazia europea ha semplicemente tentato di congelare il conflitto con un cessate il fuoco bilaterale, non hanno in realtà mai interrotto le operazioni militari sul terreno, dove anzi si assiste ad una graduale erosione delle posizioni ucraine da parte delle forze armate dell’autoproclamata Repubblica Popolare del Donetsk (DPR) e della gemella Repubblica Popolare di Luhanks (LPR): in particolare, gli indipendentisti filo-russi nelle ultime settimane avrebbero guadagnato posizioni in direzione della strategica città portuale di Mariupol nel sud-est della regione.
Nei giorni scorsi, il presidente ucraino Poroshenko, oltre ad aver sollecitato i governi occidentali a sostenere il suo governo, ha ribadito, in vista delle celebrazioni dell’indipendenza dell’Ucraina, l’esigenza di rafforzare militarmente il Paese per molti decenni a venire, polemizzando duramente contro un “malinteso pacifismo” che serpeggia in molte forze politiche del Paese e citando un’imminente minaccia di attacco da parte della Russia. Continua a leggere

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conflitti, politica internazionale, storia

Ucraina tra Russia e Occidente (intervista a G. Colonna)

Pubblico il testo dell’intervista concessa a Francesco Algisi per archiviostorico.net Buona lettura.

1) Quali erano le “valide ragioni strategiche” (pag.17) che mancarono alle potenze occidentali, nel 1919, per sostenere il concetto wilsoniano di autodeterminazione dei popoli nel caso dell’Ucraina?

Direi che fu da un lato la stessa ipocrisia del concetto wilsoniano di autodeterminazione, che celava precisi interessi anglosassoni all’apertura dei mercati centro-europei e alla disintegrazione della Russia come potenza europea.

La paura anticomunista, poi, condizionò le scelte nell’Europa orientale, in modo particolare rispetto alla Polonia che, come forse ho accennato nel testo, doveva essere un baluardo contro la Germania e al tempo stesso contro il bolscevismo – mettendo così le premesse per quanto avverrà nel 1939. Continua a leggere

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conflitti, geopolitica, politica internazionale, storia

Ucraina e Russia: una pace possibile?

intervista a Gaetano Colonna a cura di Luca Balduzzi
imolaoggi.it, mercoledì 21 gennaio 2015

Dal dicembre del 2007, a seguito dell’estensione dell’area Schengen fino alla Polonia, l’Ucraina non ha mai fatto mistero di volere velocizzare il processo di integrazione con l’Unione europea. Che cosa è cambiato dopo la designazione di Viktor Janukovyč come Presidente della Repubblica nel 2010?
Dalla ricostruzione che ho potuto fare nel mio libro, basandomi su fonti certamente non filo-russe, risulta in modo indiscutibile che l’orientamento di Viktor Janukovyč era assolutamente in linea con il processo d’integrazione nella Unione Europea: è stata se vogliamo una sorpresa anche per me, se si pensa a come questo politico ucraino è stato dipinto da noi. Risulta altrettanto inoppugnabilmente dalle fonti che, dopo l’arrivo alla presidenza di Viktor Janukovyč, è stata l’Unione Europea a rialzare costantemente la posta, rifiutandosi per esempio di assumere precisi impegni a sostegno dell’economia del Paese in un passaggio sicuramente non indolore sul piano economico-finanziario. Si ha quindi l’impressione che la Ue avesse scelto di non accogliere l’Ucraina fin quando questa fosse stata guidata da un presidente che puntava a integrarsi con l’Europa mantenendo però buoni rapporti anche con la Russia, come del resto sarebbe logico per l’Ucraina. A mio parere, la Ue ha seguito i desiderata degli Stati Uniti che, nel dicembre 2012, hanno assunto una posizione durissima contro Putin, accusandolo di voler ricreare l’impero sovietico, mostrando quale sia la vera posta in gioco: fare della Russia una potenza di terz’ordine. Continua a leggere

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