economia, geopolitica, politica internazionale

Europa tra Cina e Stati Uniti

Pubblichiamo il testo dell’intervista di Nicola Cesarini dell’Istituto Affari Internazionali di Roma, con Mercy Kuo, autrice del libro The Rebalance, pubblicata lo scorso 25 ottobre sulla rivista on line The Diplomat, specializzata nelle questioni che riguardano il mondo asiatico.
L’intervista risulta particolarmente interessante da diversi punti di vista: in primo luogo mostra uno degli aspetti meno evidenziati della Brexit, vale a dire quello della capacità di una Gran Bretagna fuori dalla UE di svolgere un ruolo catalizzatore per gli investimenti finanziari cinesi, aspetto questo che da solo compenserebbe molti dei potenziali svantaggi dell’uscita del Regno Unito dall’Unione; mette poi in rilievo la fondamentale partita che si sta giocando a livello mondiale sui grandi accordi commerciali internazionali (TTP e TTIP), fondamentali per la vitale esigenza degli Stati Uniti d’America di mantenere la propria egemonia economica e culturale; infine evidenzia la situazione di obiettiva difficoltà di un’Europa la cui economia, minacciata dalla crisi economica e dall’emergenza rifugiati, diventa fattore di disgregazione e non più come in passato di rafforzamento politico.
In conclusione riteniamo che venga alla luce uno degli elementi più importanti per il futuro assetto mondiale, ovvero quello della scelta che presto o tardi gli Stati Uniti dovranno fare tra mantenere il rapporto privilegiato transatlantico con l’Europa, sviluppatosi a partire dalla I Guerra Mondiale, ovvero se riconsiderare la loro iniziale priorità imperiale, quella rivolta al Pacifico, nella quale una cooperazione con la Cina ha sempre rappresentato, come all’epoca di Franklin Delano Roosevelt, una possibile opzione strategica.
Buona lettura.

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conflitti, politica internazionale, storia

La Russia salva la pace in Medio Oriente, ma fino a quando?

La posizione della Russia in difesa della Siria sta per ora impedendo lo scoppio di una nuova guerra in Medio Oriente: occorre dirlo chiaramente.
Sicuramente ha pesato sul momentaneo rinvio di Obama l’infortunio parlamentare di Cameron in Inghilterra, che dimostra una volta di più che di per sé i popoli anglosassoni non sono affatto interessati alle politiche imperiali dei loro governi – anche se questi puntualmente li portano riluttanti alle guerre: come avvenne per la Gran Bretagna nell’agosto del 1914 e per gli Stati Uniti d’America nel 1941. Del resto Obama ha già ottenuto un assenso bi-partisan dal Senato statunitense e sta esercitando forti pressioni sui deputati per arrivare allo stesso risultato in pochi giorni.
La ragione più seria del colpo di freno del presidente statunitense sta quindi nella posizione russa: per questo, tra il 5 ed il 6 settembre, al vertice del G20 di San Pietroburgo il presidente Obama tenterà di arrivare ad un accordo con la Russia per ottenere luce verde all’attacco occidentale. Si tratta di vedere se un simile accordo sarà possibile, ora che la Russia di Putin ha dovuto prendere atto del fatto che la propria trentennale arrendevolezza alle ripetute azioni di guerra occidentali in Medio Oriente ha gradualmente eroso tutte le posizioni internazionali del grande Paese euro-asiatico, portando conflitti, missili e basi militari nordamericane praticamente lungo tutta la linea dei suoi confini, Cina esclusa. Senza con questo avere reso né più pacifico né più stabile il Medio Oriente, area che per la Russia è storicamente di importanza cruciale, come lo è per l’Europa. Continua a leggere
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