economia, lavoro, triarticolazione dell'organismo sociale

Il debito vale tre volte il lavoro mondiale

Siamo distratti dagli echi di una campagna elettorale che evita accuratamente di toccare le questioni realmente importanti. Eppure ci sono notizie che dovrebbero davvero farci fare un salto sulla sedia: il rilievo che gli viene dato è scarsissimo. Molto più inquietante del fatto che nel web girino colossali bugie, è che non si dia il giusto rilievo alle notizie veramente importanti, quelle che ci riguardano tutti.
Quanti di noi per esempio hanno letto che nel 2017 il debito globale mondiale ha raggiunto i 233mila miliardi di dollari? Lo documenta l’Institute of International Finance (IIF), un organismo internazionale nato nel 1983 che raccoglie oggi 420 fra le maggiori banche e società finanziarie a livello globale, dislocate in oltre 70 Paesi. E vuol dire che il debito globale nel mondo vale tre volte il valore dell’economia mondiale, precisamente il 318% del PIL globale, con un aumento di 16mila miliardi di dollari rispetto all’anno precedente. Continua a leggere

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economia, politica internazionale

Finalmente Europa!

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea rappresenta un elemento di chiarificazione.
Le ragioni tattiche dell’adesione britannica sul finire degli anni Sessanta, quando l’impero coloniale inglese era entrato in una crisi irreversibile e passava il testimone agli Stati Uniti; le modalità “speciali” con cui essa ha partecipato al processo di integrazione europea, grazie ai cosiddetti opt-out che essa ha ottenuto; la sua prioritaria integrazione atlantica con gli Stati Uniti d’America, testimoniata da ultimo nel caso della guerra in Iraq del 2003; l’essere sede del centro di potere finanziario mondializzato della City of London, che tuttora rappresenta il vertice della finanza off-shore: tutti questi fattori hanno da sempre conferito una palese ambiguità all’europeismo britannico. Continua a leggere

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economia, Italia, lavoro

Primo Maggio con Blackrock

da: clarissa.it, 1 maggio 2014

 “Penso che probabilmente il maggior cambiamento cui stiamo assistendo è la crescita dell’impatto della politica sul mondo degli affari. Si tratta di un cambiamento progressivo che non è mai stato così grande. Possiamo testimoniare che oggi in Cina, in Europa, negli Stati Uniti è in atto un braccio di ferro fra il mondo degli affari, che è in cerca di messaggi forti e di leadership forti, e un po’ più di coerenza da parte dei governi, rispetto a quello che i governi realisticamente possono offrire. Il ciclo di vita dei politici è davvero troppo breve. L’insicurezza sui politici, rispetto alla loro carriera, ha avuto un impatto molto serio. I governi non stanno agendo abbastanza prontamente”(1).

Non sappiamo se Matteo Renzi conosceva queste significative parole del fondatore, presidente e amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, quando lo ha incontrato a cena due giorni fa, al margine del Global Leadership Summit del maggiore fondo di investimento del mondo, di cui ci siamo spesso occupati sulle colonne di clarissa.it, indicandolo come uno dei punti di riferimento globali fra i masters of the universe, la classe dirigente della finanza mondiale che regge le sorti reali del pianeta.

Larry Fink, quindi, nella sua illuminante intervista rilasciata nel settembre 2012 alla McKinsey&Company, invocava una politica potremmo dire “di lunga durata”, una politica di leader forti, in grado di corrispondere alle aspettative di stabilità del mondo degli affari.
Abbastanza singolare visione per un fondo di investimenti che ha raggiunto i 4.300 miliardi dollari di capitali investiti (rispetto ai 3.648 di solo tre anni fa), che è presente in 30 Paesi del mondo, i cui asset rappresentano più di due volte l’intero prodotto interno lordo italiano (1.910 miliardi di dollari) e superano anche quello tedesco (3.255), ai dati 2013, e sono oltre dieci volte la capitalizzazione della borsa italiana (438 miliardi di euro).
Per quanto paia strano, questa è solo la punta di un iceberg finanziario, perché quei 4.300 miliardi di dollari di capitali permettono di governarne almeno altri 10.000, attraverso la consulenza e la gestione di pacchetti azionari di controllo: fra questi soldi vi sono anche, non dimentichiamolo, 1.000 miliardi di dollari di fondi pensione, ad esempio, di milioni di cittadini americani.
Infatti a rivolgersi a BlackRock nel bel mezzo della crisi del 2008 non furono solo banchieri privati come la J.P. Morgan Chase o Morgan Stanley, ma la stessa Federal Reserve Bank di New York, per finanziare l’acquisto da 30 miliardi di dollari da parte di J.P. Morgan del gruppo Bear Stearns, o per il fallimento da 180 miliardi di AIG, o il salvataggio da 45 miliardi di Citigroup, e per quelli dei fondi assicurativi pubblici Fannie Mae e Freddie Mac, per 112 miliardi.
“Fu infatti BlackRock a gestire i 130 miliardi di dollari di “capitali tossici” che il governo degli Stati Uniti prese in carico come parte della vendita di Bear Stearns e del salvataggio di AIG; BlackRock controlla i bilanci di Fannie Mae e di Freddie Mac, che insieme assommano a circa 5.000 miliardi di dollari, e fornisce quotidianamente alla Federal Reserve di New York le analisi di rischio sui 1.200 miliardi di dollari di mortgage-backed securities [titoli assicurativi sui mutui] che la Fed ha acquistato nel tentativo di far ripartire il mercato immobiliare nazionale”(2).
Un gigante della finanza globale che detiene quote di peso crescente anche nel sistema bancario e industriale italiano, ed è per questo che per la prima volta tiene il suo summit annuale a Milano, per la prima volta nel continente europeo. BlackRock detiene infatti oggi il 6,5% Banco Popolare (dal 3,5 nel 2011); 5,246 Unicredit (dal 3,8); 5,05 Intesa Sanpaolo (dal 3); 5 Azimut; 5 Prysmian; 4,95 Atlantia (dal 2,2); 4,9 Ubi (dal 3); 4,9 Telecom (dal 2,8); 4,03 Fiat Undustrial (dal 2,7); 3,2 Monte dei Paschi di Siena; il 3 di Enel; 2,84 Generali (dal 2); 2,01 Mediaset. Per non parlare della sua presenza, ad esempio, nel capitale delle principali aziende tedesche come Adidas, Allianz, Basf, Deutsche Bank, Merck, HeidelbergCement.
Sono dunque i giganteschi detentori di capitali speculativi come BlackRock le forze finanziarie internazionalizzate che chiedono alle democrazie occidentali, ma anche ai paesi del capitalismo di Stato come la Cina, politiche più stabili, durevoli ed autoritarie. Sono queste in definitiva la forze portanti del sistema internazionale globale che spiegano il fatto che in Italia si siano già succeduti, in meno di tre anni, tre governi nessuno dei quali era diretta espressione della volontà popolare democraticamente espressa, per cui non può sorprendere il beneplacito che pare il Ceo di BlackRock abbia voluto concedere al primo ministro italiano Matteo Renzi, che è il più recente di questi primi ministri non elettivi.
Non a caso, del resto, negli Stati Uniti BlackRock porta anche con sé la fama di essere il “governo ombra” dell’economia del paese nordamericano, e questo ha suscitato serie perplessità sulle modalità con cui il ha potuto operare in regime di non concorrenza sui mercati finanziari, anche grazie alle personali entrature di Fink. “Il fatto che BlackRock abbia ottenuto contratti importanti senza alcun tipo di gara di appalto, con procedure avvolte nel segreto, ha suscitato opposizione al Congresso Usa e ha sollevato la questione dei rapporti che da lungo tempo legano Fink ai più alti livelli del governo, come con i segretari al Tesoro Henry Paulson e Tim Geithner”.
Potremmo quindi leggere in modo completamente diverso le parole del capo di BlackRock e trovare in esse e nell’operato di questa grande multinazionale della speculazione finanziaria la conferma del fatto che il male che affligge le democrazie occidentali risiede nella capacità della finanza internazionale di condizionare la vita economica dei Paesi. In ultima analisi il male delle nostre economie è la prevalenza del potere del denaro sulla dignità del lavoro.
Un punto davvero essenziale, se ancora celebriamo il Primo Maggio.

1) Leading in the 21st century: an Interview with Larry Fink, McKinsey&Company, settembre 2012.
2) Larry Fink’s $12 Trillion Shadow, Vanity Fair, aprile 2010.

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economia, Italia, lavoro, politica

Scenario Italiano. Parte seconda: oligarchie finanziarie contro democrazia del lavoro

La lezione del 2007-2008 non è stata compresa. Basterebbe questa affermazione per definire lo scenario dell’economia mondiale dei prossimi mesi ed anni.

I grandi centri finanziari mondiali, che elaborano le strategie sistemiche dell’economia mondiale, dimostrano di non volere e di non potere rinunciare all’orientamento speculativo che è insieme all’origine della crisi che ha investito il sistema-mondo nell’ultimo quinquennio, e che, allo stesso tempo, costituisce il fondamento stesso del potere dei “padroni dell’universo”, come questi oligarchi amano definirsi.

Lo dimostra il fatto che nessuna delle regolamentazioni statunitensi o europee ha affrontato le tre questioni che avrebbero dovuto essere preliminari all’adozione di qualsiasi modalità di risoluzione della crisi.

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economia, lavoro

L’accordo economico transatlantico (TTIP) e il potere dell’economia

Nonostante siano sotto gli occhi di tutti i risultati del liberismo assoluto che ha dominato l’economia globale nel corso degli ultimi decenni, Stati Uniti ed Unione Europea stanno mettendo a punto il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l’egemonia sull’economia-mondo del XXI secolo.
Lo scorso luglio infatti, a Washington, si sono ufficialmente aperte le trattative sulla Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), un’ipotesi di accordo economico globale tra Usa e UE che potrebbe stabilire i principi della riorganizzazione economica dell’Occidente nel pieno di una crisi che sempre più dimostra di essere strutturale e non congiunturale. Unione Europea e Stati Uniti, infatti, rappresentano insieme quasi metà del Prodotto Interno Lordo del pianeta ed un terzo del commercio mondiale: ogni giorno tra le due sponde dell’Atlantico vengono scambiati beni e servizi per 2 miliardi di euro, mentre gli investimenti reciproci toccano quasi i 3.000 miliardi di euro. Si tratta quindi non solo dell’area che ha dato storicamente vita al capitalismo occidentale, ma soprattutto della principale concentrazione economico-finanziaria del capitalismo internazionale odierno. Continua a leggere

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economia, Italia, lavoro, politica

Derivati, finanza, partiti: la malattia che non si vuole curare

Noi di clarissa.it potremmo rivendicare il fatto che in tempi non sospetti, vale a dire in una conferenza pubblica del 27 ottobre 2007, di cui è possibile scaricare dal nostro sito la presentazione, avevamo chiaramente indicato proprio quello che si sta oggi dimostrando nei fatti.
Dicevamo che l’economia finanziarizzata, quella dei Padroni dell’Universo (come amano chiamarsi i grandi speculatori internazionali) che hanno lavorato per tre decenni e oltre sotto il democratico motto “create e distribuite” (riferito ovviamente al rischio speculativo…), aveva già intaccato la finanza pubblica, e questo avrebbe condizionato le scelte politiche di un’intera classe dirigente, quella occidentale.
In questo modo, assoggettando definitivamente i popoli all’esigenza di coprire l’enorme massa di titoli che sono ormai carta straccia, quelle politiche avrebbero necessariamente dovuto recuperare le perdite di sistema mediante la pressione fiscale, la cosiddetta austerità e la messa a rischio dell’intero sistema del welfare.
Così da allora è stato: quello che nel 2007 ben pochi hanno saputo dire, oggi è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere e comprendere.
Le notizie che con grande prudenza La Repubblica sta dando in queste ore, sulla perdita di 8 miliardi di euro in derivati del Tesoro italiano, si aggiungono a quello che abbiamo già letto sulla vicenda Monte Paschi di Siena, ma anche, qui “da noi” in piccolo, sulla gravissima crisi di Banca Marche: una banca locale che non ha ancora spiegato ai suoi azionisti né tantomeno alla cittadinanza le ragioni per cui ha dovuto “svalutare” un quarto dei suoi “assets” (patrimonio), oltre ad avere accumulato una perdita di oltre 500 milioni di euro. Continua a leggere

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economia, Italia, lavoro

Monte dei Paschi di Siena, ancora il debito contro il lavoro

Nel 1935, Ezra Pound poteva ancora citare il Monte dei Paschi di Siena come esempio di “un sistema bancario sano”, in quanto “i suoi profitti dovevano andare a ospedali ed opere a beneficio del popolo di Siena”. Dai primi anni Novanta, la “privatizzazione” ha eliminato dall’ordinamento italiano il principio della pubblica utilità del credito, per cui le banche vengono destinate unicamente a fare profitto. I partiti sono tuttavia riusciti a mantenere il controllo sui capitali delle ex banche pubbliche, scorporando da esse le Fondazioni bancarie.

Così iniziava in Italia il ventennio del trionfo dell’economia del debito, capace di generare nel mondo “derivati” per un valore oltre dodici volte superiore a quello del lavoro annuo di tutta l’umanità. Le Fondazioni, e non solo le banche, hanno partecipato alla speculazione: col risultato che le sole prime 12 Fondazioni avrebbero bruciato, al settembre 2011, ben 10 miliardi di euro, cui nel 2012 si dovrebbero aggiungere altri 14 miliardi di perdite sui titoli di Stato presenti nei loro portafogli. Continua a leggere

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