conflitti

Rapporto Chilcot: le menzogne inglesi sull’invasione dell’Iraq

È poco definire banale la maniera con cui la stampa, in primo luogo italiana, ha accolto le conclusioni del “rapporto Chilcot”, la commissione parlamentare d’inchiesta inglese che ha riesaminato le modalità con cui la Gran Bretagna affiancò gli Usa nella decisione di invadere l’Iraq nel 2003.
Stiamo parlando della decisione di attaccare un Paese sovrano, senza alcun accordo da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: anzi, in chiaro disaccordo con la maggioranza di esso, a partire dalla Francia, che l’allora presidente Chirac oppose nettamente, insieme a Russia e Cina, alla volontà bellicista delle potenze anglo-sassoni. Continua a leggere

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economia, Italia, triarticolazione dell'organismo sociale

Lezioni per tutti dalla crisi della Grecia

 

Dialogo fra sordi

Yanis Varoufakis, il ministro greco defenestrato per permettere l’accordo con l’Eurogruppo, ha descritto così le sue discussioni con i 19 ministri delle finanze dell’Eurozona:
“Non è che la discussione andava male, si rifiutavano proprio di discutere questioni economiche. Punto e basta. Tu presenti una proposta a cui hai lavorato, ti assicuri che sia coerente, e ti trovi davanti sguardi vuoti e inespressivi. È come se non avessi parlato. Quello che dici è indipendente da quello che dicono loro. Se avessi cantato l’inno nazionale finlandese, avrebbero avuto la stessa reazione”.
Eppure Varoufakis non è affatto quell’estremista paleo-comunista che la stampa italiana ha spesso descritto: è un economista formatosi nelle migliori università anglo-sassoni, dove ha anche insegnato; è uno dei massimi esperti mondiali della “teoria dei giochi”, un sofisticato metodo logico-matematico spesso utilizzato proprio nella simulazione di trattative diplomatiche. Queste sue elevate competenze tuttavia gli sono servite a ben poco: dovremmo chiederci perché.
Soprattutto dovremmo chiederci a cosa servisse quella trattativa fra sordi intorno alla quale i media hanno creato tanta suspence, quasi che da essa dipendesse il futuro della Grecia e dell’Europa intera. Fin dall’11 luglio, infatti, cioè prima che l’accordo capestro con la Grecia fosse raggiunto, lo stesso Fondo Monetario Internazionale, una delle parti in causa, ha distribuito a quello stesso Eurogruppo il seguente comunicato:
“Il debito pubblico greco è divenuto altamente insostenibile. (…) Il fabbisogno finanziario fino alla fine del 2018 è ora valutato in 85 miliardi di euro e ci si aspetta che il debito [pubblico] giunga al 200 per cento del PIL nei prossimi due anni, ammesso che vi sia presto un accordo su di un programma. Il debito greco può ora diventare sostenibile grazie a misure di riduzione del debito che vanno ben oltre ciò che l’Europa ha inteso prendere in considerazione fino ad oggi”.
Come a dire: la Grecia è comunque fallita; o si riduce il debito, oppure i giochi sono fatti. Ma questo BCE, FMI, Unione Europea lo sapevano benissimo: da cinque anni, infatti, i vertici politici e finanziari europei sono perfettamente coscienti di quello che il FMI si è tardivamente sentito in dovere di mettere ora per iscritto.
Dunque, se tutti gli attori del dramma erano consapevoli che solo la riduzione del debito potrebbe impedire la rovina della Grecia, allora i 325 miliardi di euro di aiuti dati alla Grecia non vengono prelevati dalle tasche degli europei per la salvezza del popolo greco. È quindi ben chiaro che questo denaro semplicemente deve evitare che questa crisi aggravi quella generale del sistema finanziario europeo ed internazionale.

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conflitti, geopolitica, Italia, politica internazionale

Distrazione dell’Occidente

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Gli avvenimenti di Parigi sono una sanguinosa occasione di distrazione per l’Occidente: sia l’attacco a Charlie Hebdo davvero un’operazione di guerra dell’estremismo islamico contro la Francia, o un aggiornato esempio di strategia della tensione per portare l’Europa a intervenire in Medio Oriente, questo attacco ha messo in secondo piano un avvenimento di portata storica. Continua a leggere

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conflitti, economia, geopolitica, Italia, politica internazionale, storia

Scenario Italiano. Parte prima: il contesto internazionale

Per indicare brevemente le prospettive per l’Italia nei prossimi anni, dobbiamo partire da quanto accade a livello mondiale.

Il principale processo storico che sta segnando il nuovo secolo è rappresentato dallo spostamento del baricentro delle grandi politiche di potenza dall’Atlantico al Pacifico. Si tratta di un passaggio significativo, perché modifica il quadro cui siamo abituati in Europa da oltre due secoli, la prospettiva alla quale ci ha assuefatto il XX secolo: nonostante il declino dell’Europa come sede delle grandi potenze mondiali, infatti, l’asse anglo-americano sul nord Atlantico, consolidatosti in due conflitti planetari, aveva fatto finora di quest’area il centro strategico del mondo.

Ma la crescente polarizzazione fra Cina e Stati Uniti d’America nel Pacifico non è in realtà cosa nuova per la storia americana, a differenza nostra: è ben noto infatti che sia stato proprio il Pacifico la prima arena mondiale in cui l’imperialismo americano si estrinsecò, verso la fine del XIX secolo; così come è risaputo che il presidente americano F.D. Roosevelt, il grande artefice della vittoria statunitense nella seconda guerra mondiale, vedeva nella Cina il partner ideale della riorganizzazione dell’ordine mondiale post-bellico, dentro e fuori il contesto delle Nazioni Unite. Continua a leggere

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Italia, politica internazionale

Datagate: ipocrisia europea ed egemonia statunitense.

Nella storia dei rapporti transatlantici vi sono state numerose pagine percorse da un sottile umorismo, ma nessuna è pari a quanto si sta leggendo e ascoltando in questi giorni sullo “scandalo” DataGate.

Chiunque abbia una pur vaga idea di come l’intelligence rappresenti storicamente una delle basi portanti della potenza delle grandi Nazioni imperialiste dell’Occidente europeo, fin dal Settecento, per la cui strategia navalista era imprescindibile la costante acquisizione di informazioni tattiche e strategiche su scala planetaria, non può che considerare estremamente ipocrita l’apparente scandalizzarsi delle classi dirigenti europee, dalla Germania, alla Francia, all’Italia.

Nel giugno 1948, proprio quando aveva appena avuto inizio la Guerra Fredda, con l’accordo UKUSA, USA, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda, i cosiddetti “Five Eyes”, mettevano a punto quella vasta rete planetaria di attività spionistiche l’ultima manifestazione della quale sarebbe stata quella rete Echelon di cui si ebbe notizia negli anni Novanta: anche in questo caso si sprecarono articoli sui giornali, inchieste dell’Unione Europea e più o meno tiepide contrizioni da parte di qualche alto ufficiale americano, senza per altro che si sia mai andati a fondo sul da farsi – nonostante fosse già allora risultato evidente il poderoso ruolo della NSA nell’organizzare e gestire lo spionaggio elettronico con una onnipervasività planetaria totale. Quella avrebbe dovuta essere l’occasione ultima per affrontare tempestivamente tutte le implicazioni politiche dell’evidente capacità americana di “intercettare il mondo”. Continua a leggere

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conflitti, economia, Italia, politica internazionale

Israele e Usa: dal Medio Oriente al Pacifico

È molto probabile che nelle prossime settimane la situazione internazionale dia origine ad avvenimenti importanti, non solo per la fiammata anti-americana accesasi nelle ultime ore nel mondo arabo. Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale si concentrava sulla grave crisi economico-finanziaria, infatti, si è prestata minore attenzione ai segnali di un mutamento che si va profilando con sempre maggiore evidenza nelle relazioni internazionali a livello mondiale.

Storicamente, infatti, gli Stati Uniti d’America hanno sempre dovuto bilanciare le esigenze strategiche dei due grandi teatri oceanici sui quali si affacciano, quello dell’Atlantico e quello del Pacifico: la necessità di stabilire una priorità fra i due si era progressivamente attenuata dalla fine degli anni Settanta del Novecento, dopo la conclusione della guerra del Vietnam e l’avvio della cosiddetta “politica del ping pong”, che apriva la distensione con la Cina comunista. Ma, dopo più di trent’anni, gli Usa si trovano oggi a dover considerare il Pacifico come nuova priorità politico-militare, a causa della crescita di capacità strategica della Repubblica Popolare Cinese: negli ultimi mesi, infatti, le prese di posizione dell’amministrazione Usa su questo punto sono state numerose, concordi ed esplicite. Continua a leggere

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economia, Italia, lavoro

Il natale delle banche

Nel corso del 2011 ci siamo sentiti ripetere che uno dei rischi più seri dell’attuale crisi economica è costituito dal pericolo del credit crunch, in parole povere dalla riduzione della disponibilità di denaro nel sistema creditizio. Le banche giustificano con questa paura la stretta creditizia che stanno praticando nei confronti di imprese e famiglie; su questa paura si sostiene l’accusa rivolta ai debiti pubblici di prosciugare le già scarse risorse finanziarie mondiali, aggravando quel rischio.

La gravità della situazione del sistema creditizio mondiale potrebbe essere riassunta in tre cifre. La prima: in base ad un recentissimo studio, pubblicato poche settimane fa dall’autorevole Boston Consulting Group, la perdita complessiva del sistema bancario mondiale tra il 2008 ed il 2010 ammonterebbe a quasi 600 miliardi di euro(1). La seconda: il fabbisogno mondiale di denaro per portare le banche a disporre a bilancio di un capitale di almeno il 7% rispetto ai loro impieghi totali (si noti: 7 euro di capitale per garantirne 100 di impieghi…), come richiesto dallo standard Basilea 3, le banche necessiterebbero di ben 354 miliardi di euro, dei quali 221 sono a carico di quelle europee (2).La terza: secondo il Sole 24 Ore, il fabbisogno di credito da parte di imprese e consumatori a livello mondiale raggiungerebbe oggi i 5.000 miliardi di euro(3). Continua a leggere

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