geopolitica, politica internazionale

Israele e Usa uniti contro l’Iran da un accordo strategico politico-militare

Il processo di destabilizzazione del Medio Oriente continua a tappe forzate. Dopo l’esplosiva dichiarazione del presidente statunitense Trump su Gerusalemme il 6 dicembre, che ha riportato tensione scontri e vittime in Palestina, Channel 10 ha dato notizia che lo scorso 12 dicembre sarebbe stato siglato a Washington un accordo al livello dei più alti alti funzionari della sicurezza nazionale statunitensi ed israeliani, formalmente rivolto a contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano.
L’accordo sarebbe stato formalizzato dal Consiglio di sicurezza nazionale Usa (NSC, organismo deputato alla elaborazione della strategia politico-militare americana) nella forma di un documento quadro informale, in linea con quanto affermato lo scorso 13 ottobre dal presidente Trump in merito alla volontà della sua amministrazione di non riconfermare l’adesione nordamericana all’accordo raggiunto nel 2015 a livello internazionale sul programma nucleare iraniano. Continua a leggere

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politica internazionale

Israele punta a collegare la crisi in Siria con quella iraniana

Mentre l’attenzione dei media internazionali è stata rivolta alla distruzione dello splendido minareto di Aleppo, la guerra civile in Siria si va pericolosamente collegando alla questione iraniana, per tramite di una ben condotta azione politica israeliana.
La questione dell’impiego delle armi chimiche in Siria, che Israele ha infatti subito indicato come “linea rossa” della propria sicurezza e del possibile intervento dello stesso Stato ebraico nel conflitto, è ormai all’ordine del giorno, dopo che alti esponenti dell’establishment militare israeliano hanno dato per certo che il governo siriano ne stia facendo uso. Continua a leggere

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politica internazionale

Turchia e Israele: l’asse strategico si ricompone?

Il processo di riavvicinamento fra Turchia e Israele è in pieno corso ed è la Turchia a dimostrare con evidenza il maggiore interesse al ristabilimento del tradizionale rapporto di collaborazione militare ed economica con lo Stato ebraico.
Secondo quanto ha dichiarato qualche giorno fa il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, proprio il viaggio di Obama in Israele sarebbe stata l’occasione per esercitare forti pressioni sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in vista di una soluzione amichevole del contenzioso apertosi con l’uccisione di nove attivisti umanitari da parte dello Stato ebraico. Continua a leggere

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conflitti, politica internazionale, storia

Palestina, Siria e Iran, le crisi mediorientali si collegano?

La situazione del Vicino Oriente diventa sempre più complessa, per l’intreccio nel quale si stanno collegando le diverse aree di crisi di una regione progressivamente libanizzatasi nel corso di un decennio: per rendersene conto è sufficiente una visione di insieme, che evidenza la gravità dei rischi che si stanno qui accumulando per la pace mondiale.
Iniziamo con le ragioni per cui Israele ha improvvisamente interrotto l’operazione Pillar of Defense (più precisamente Pillar of Cloud, “pilastro di nubi”, con riferimento ad un testo biblico): a quanto pare, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a garantire con proprie truppe il controllo della Penisola del Sinai, il nuovo fronte meridionale che Israele ha ripetutamente indicato nel corso degli ultimi anni come una seria minaccia per la propria sicurezza, in quanto area “grigia” sfuggita al pieno controllo del governo egiziano, attraverso la quale passerebbero armi e munizioni destinate alle forze di Hamas nella Striscia di Gaza. Continua a leggere
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conflitti, politica internazionale

Perché Israele attacca di nuovo la Striscia di Gaza?

Per chi si occupa di Medio Oriente, l’impressione è che la nuova offensiva israeliana contro Gaza non ha come scopo reale quello che le forze armate ed il governo israeliano stanno dichiarando con enfasi e che i media occidentali accettano con grande naturalezza.
Israele è infatti oggi assai meglio protetto contro i missili di quanto lo sia mai stato in precedenza: l’installazione del sistema anti-missile Iron Dome ha fornito allo Stato ebraico un ulteriore potenziamento dei propri sistemi di difesa passiva. Anche per questo, il rischio effettivo costituito dal lancio dei razzi dalla Striscia di Gaza non si è mai tradotto in un pericolo strategico per Israele, com’è dimostrato dal numero delle vittime: 21 israeliani uccisi in totale negli ultimi undici anni, rispetto agli oltre 2.300 Palestinesi uccisi nello stesso periodo.
D’altra parte Israele, dalla fine dell’operazione Piombo Fuso del dicembre di quattro anni fa, ha sempre esercitato con estrema durezza il suo controllo militare nell’area, intervenendo costantemente con sanguinosi attacchi, più o meno mirati, contro gli uomini di Hamas e delle altre fazioni, come avvenuto il 22 e 23 ottobre scorsi (7 vittime fra i palestinesi), il 10 settembre scorso (4 palestinesi uccisi) e il 5 agosto scorso (1 palestinese ucciso). Continua a leggere

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conflitti, politica internazionale

Israele e Iran nella campagna elettorale di Romney

Il Medio Oriente entra nella campagna elettorale americana. Il candidato repubblicano Mitt Romney ha interrotto la sua campagna elettorale, nel bel mezzo della cruciale competizione per alcuni stati chiave come Ohio, Florida e Virginia, per recarsi in un viaggio di alcuni giorni che lo ha portato a Londra, per proseguire poi per la Polonia, e quindi in Israele, dove arriva non casualmente in coincidenza con la celebrazione del Tisha B’Av, la festività ebraica che commemora la distruzione del primo e del secondo Tempio di Israele. Continua a leggere

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conflitti, politica internazionale

Gli Usa attaccheranno l’Iran?

Nelle ultime settimane si vanno moltiplicando le prese di posizione statunitensi sulla questione dell’attacco preventivo all’Iran. Attacco preventivo, è il caso di premettere, che la dottrina politico-militare statunitense non esclude a priori, nonostante il diritto internazionale non lo riconosca come legittimo. Fin dal 1984, infatti, la cosiddetta “dottrina Shulz”, dal nome del segretario di Stato durante la presidenza Reagan, aveva accolto con favore questa possibilità, legittimando azioni militari preventive, anche segrete; con il documento ufficiale americano sulla sicurezza nazionale del 2002, poi, tale concetto è stato esplicitamente introdotto nella dottrina militare nordamericana:

“studiosi e giuristi di diritto internazionale condizionano spesso la legittimazione dell’intervento preventivo (preemption) ad una minaccia imminente, generalmente una visibile mobilitazione di eserciti, unità navali e forze aeree in preparazione di un attacco. Noi dobbiamo adattare il concetto di minaccia imminente (imminent threat) alla capacità ed agli obiettivi degli avversari odierni. Gli stati canaglia ed i terroristi non cercano di attaccarci usando mezzi convenzionali. (…) Gli Stati Uniti hanno a lungo considerato valida l’opzione di azioni preventive (preemptive actions) per contrastare un’effettiva minaccia (sufficient threat) alla nostra sicurezza nazionale. Maggiore la minaccia, maggiore il rischio in caso di inazione – e maggiormente cogente l’esigenza di intraprendere azioni anticipatorie per difenderci, anche se rimane incerto il momento ed il luogo dell’attacco nemico. Per anticipare o prevenire simili atti ostili da parte dei nostri avversari gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente (act preemptively)” (1). Continua a leggere

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