geopolitica, politica internazionale

Israele e Usa uniti contro l’Iran da un accordo strategico politico-militare

Il processo di destabilizzazione del Medio Oriente continua a tappe forzate. Dopo l’esplosiva dichiarazione del presidente statunitense Trump su Gerusalemme il 6 dicembre, che ha riportato tensione scontri e vittime in Palestina, Channel 10 ha dato notizia che lo scorso 12 dicembre sarebbe stato siglato a Washington un accordo al livello dei più alti alti funzionari della sicurezza nazionale statunitensi ed israeliani, formalmente rivolto a contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano.
L’accordo sarebbe stato formalizzato dal Consiglio di sicurezza nazionale Usa (NSC, organismo deputato alla elaborazione della strategia politico-militare americana) nella forma di un documento quadro informale, in linea con quanto affermato lo scorso 13 ottobre dal presidente Trump in merito alla volontà della sua amministrazione di non riconfermare l’adesione nordamericana all’accordo raggiunto nel 2015 a livello internazionale sul programma nucleare iraniano. Continua a leggere

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geopolitica, politica internazionale, storia

I cento anni di guerra del sionismo, da Balfour a Trump (1917-2017)

Lo scorso 2 novembre ricorrevano i cento anni dalla Dichiarazione Balfour, evento che ha marcato indelebilmente la storia dell’intero Medio Oriente contemporeaneo, poiché con quest’atto politico-diplomatico il governo inglese aprì la strada, sotto la pressione del movimento sionista, collegatosi ai vertici del potere britannico e statunitense nel corso della Prima guerra mondiale, alla nascita dello Stato ebraico, realizzatasi poi pienamente nel 1948.

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conflitti, politica internazionale, storia

La Russia salva la pace in Medio Oriente, ma fino a quando?

La posizione della Russia in difesa della Siria sta per ora impedendo lo scoppio di una nuova guerra in Medio Oriente: occorre dirlo chiaramente.
Sicuramente ha pesato sul momentaneo rinvio di Obama l’infortunio parlamentare di Cameron in Inghilterra, che dimostra una volta di più che di per sé i popoli anglosassoni non sono affatto interessati alle politiche imperiali dei loro governi – anche se questi puntualmente li portano riluttanti alle guerre: come avvenne per la Gran Bretagna nell’agosto del 1914 e per gli Stati Uniti d’America nel 1941. Del resto Obama ha già ottenuto un assenso bi-partisan dal Senato statunitense e sta esercitando forti pressioni sui deputati per arrivare allo stesso risultato in pochi giorni.
La ragione più seria del colpo di freno del presidente statunitense sta quindi nella posizione russa: per questo, tra il 5 ed il 6 settembre, al vertice del G20 di San Pietroburgo il presidente Obama tenterà di arrivare ad un accordo con la Russia per ottenere luce verde all’attacco occidentale. Si tratta di vedere se un simile accordo sarà possibile, ora che la Russia di Putin ha dovuto prendere atto del fatto che la propria trentennale arrendevolezza alle ripetute azioni di guerra occidentali in Medio Oriente ha gradualmente eroso tutte le posizioni internazionali del grande Paese euro-asiatico, portando conflitti, missili e basi militari nordamericane praticamente lungo tutta la linea dei suoi confini, Cina esclusa. Senza con questo avere reso né più pacifico né più stabile il Medio Oriente, area che per la Russia è storicamente di importanza cruciale, come lo è per l’Europa. Continua a leggere
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conflitti, politica internazionale, storia

Palestina, Siria e Iran, le crisi mediorientali si collegano?

La situazione del Vicino Oriente diventa sempre più complessa, per l’intreccio nel quale si stanno collegando le diverse aree di crisi di una regione progressivamente libanizzatasi nel corso di un decennio: per rendersene conto è sufficiente una visione di insieme, che evidenza la gravità dei rischi che si stanno qui accumulando per la pace mondiale.
Iniziamo con le ragioni per cui Israele ha improvvisamente interrotto l’operazione Pillar of Defense (più precisamente Pillar of Cloud, “pilastro di nubi”, con riferimento ad un testo biblico): a quanto pare, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a garantire con proprie truppe il controllo della Penisola del Sinai, il nuovo fronte meridionale che Israele ha ripetutamente indicato nel corso degli ultimi anni come una seria minaccia per la propria sicurezza, in quanto area “grigia” sfuggita al pieno controllo del governo egiziano, attraverso la quale passerebbero armi e munizioni destinate alle forze di Hamas nella Striscia di Gaza. Continua a leggere
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conflitti, economia, Italia, politica internazionale

Israele e Usa: dal Medio Oriente al Pacifico

È molto probabile che nelle prossime settimane la situazione internazionale dia origine ad avvenimenti importanti, non solo per la fiammata anti-americana accesasi nelle ultime ore nel mondo arabo. Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale si concentrava sulla grave crisi economico-finanziaria, infatti, si è prestata minore attenzione ai segnali di un mutamento che si va profilando con sempre maggiore evidenza nelle relazioni internazionali a livello mondiale.

Storicamente, infatti, gli Stati Uniti d’America hanno sempre dovuto bilanciare le esigenze strategiche dei due grandi teatri oceanici sui quali si affacciano, quello dell’Atlantico e quello del Pacifico: la necessità di stabilire una priorità fra i due si era progressivamente attenuata dalla fine degli anni Settanta del Novecento, dopo la conclusione della guerra del Vietnam e l’avvio della cosiddetta “politica del ping pong”, che apriva la distensione con la Cina comunista. Ma, dopo più di trent’anni, gli Usa si trovano oggi a dover considerare il Pacifico come nuova priorità politico-militare, a causa della crescita di capacità strategica della Repubblica Popolare Cinese: negli ultimi mesi, infatti, le prese di posizione dell’amministrazione Usa su questo punto sono state numerose, concordi ed esplicite. Continua a leggere

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conflitti, politica internazionale

Gli Usa attaccheranno l’Iran?

Nelle ultime settimane si vanno moltiplicando le prese di posizione statunitensi sulla questione dell’attacco preventivo all’Iran. Attacco preventivo, è il caso di premettere, che la dottrina politico-militare statunitense non esclude a priori, nonostante il diritto internazionale non lo riconosca come legittimo. Fin dal 1984, infatti, la cosiddetta “dottrina Shulz”, dal nome del segretario di Stato durante la presidenza Reagan, aveva accolto con favore questa possibilità, legittimando azioni militari preventive, anche segrete; con il documento ufficiale americano sulla sicurezza nazionale del 2002, poi, tale concetto è stato esplicitamente introdotto nella dottrina militare nordamericana:

“studiosi e giuristi di diritto internazionale condizionano spesso la legittimazione dell’intervento preventivo (preemption) ad una minaccia imminente, generalmente una visibile mobilitazione di eserciti, unità navali e forze aeree in preparazione di un attacco. Noi dobbiamo adattare il concetto di minaccia imminente (imminent threat) alla capacità ed agli obiettivi degli avversari odierni. Gli stati canaglia ed i terroristi non cercano di attaccarci usando mezzi convenzionali. (…) Gli Stati Uniti hanno a lungo considerato valida l’opzione di azioni preventive (preemptive actions) per contrastare un’effettiva minaccia (sufficient threat) alla nostra sicurezza nazionale. Maggiore la minaccia, maggiore il rischio in caso di inazione – e maggiormente cogente l’esigenza di intraprendere azioni anticipatorie per difenderci, anche se rimane incerto il momento ed il luogo dell’attacco nemico. Per anticipare o prevenire simili atti ostili da parte dei nostri avversari gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente (act preemptively)” (1). Continua a leggere

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conflitti, politica internazionale

Turchia e Israele tornano a parlarsi

Il parlamento libanese in queste ore sta accanitamente discutendo la posizione da assumere rispetto alla richiesta, presentata dal Tribunale Speciale per il Libano (TSL), di incriminazione e arresto di quattro esponenti del movimento libanese Hezbollah, in relazione all’uccisione del primo ministro libanese Hariri, avvenuta il 14 febbraio 2005. Il Paese appare spaccato sulle decisioni da assumere in conseguenza della pronunzia del TSL, attesa da mesi, della quale era da tempo noto il potenziale pericolo per la stabilità del Paese dei Cedri; ancor più pericolosa nel momento in cui la vicina Siria è in preda a gravi disordini, sicuramente motivati da consistenti interne ragioni di scontento, sulle quali però influisce ed opera attivamente la volontà destabilizzatrice di vicini da tempo interessati a porre fine alla dinastia degli Assad. Continua a leggere

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