conflitti, politica internazionale, storia

Non c’è due senza tre

Con l’attacco statunitense alla base aerea siriana di Sharyat, qualsiasi speranza o timore che la politica estera americana potesse cambiare con Trump è stata cancellata, allo stesso modo di quanto accaduto con Barak Obama rispetto ai suoi predecessori.
Sono oramai diversi anni che abbiamo documentato in Medio Oriente senza pace come la politica americana nel Medio Oriente allargato conservi una linea di continuità assoluta e come essa sia in realtà dettata da centri di potere misti israelo-americani che hanno assunto il pieno controllo delle decisioni presidenziali in quest’area: uno studio appena meno che superficiale degli uomini messi anche da Trump nei posti chiave della sua amministrazione dimostra che anche nel suo caso sono gli interessi dello Stato ebraico che dettano la linea. Continua a leggere

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conflitti

Rapporto Chilcot: le menzogne inglesi sull’invasione dell’Iraq

È poco definire banale la maniera con cui la stampa, in primo luogo italiana, ha accolto le conclusioni del “rapporto Chilcot”, la commissione parlamentare d’inchiesta inglese che ha riesaminato le modalità con cui la Gran Bretagna affiancò gli Usa nella decisione di invadere l’Iraq nel 2003.
Stiamo parlando della decisione di attaccare un Paese sovrano, senza alcun accordo da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: anzi, in chiaro disaccordo con la maggioranza di esso, a partire dalla Francia, che l’allora presidente Chirac oppose nettamente, insieme a Russia e Cina, alla volontà bellicista delle potenze anglo-sassoni. Continua a leggere

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conflitti, geopolitica, Italia, politica internazionale

Distrazione dell’Occidente

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Gli avvenimenti di Parigi sono una sanguinosa occasione di distrazione per l’Occidente: sia l’attacco a Charlie Hebdo davvero un’operazione di guerra dell’estremismo islamico contro la Francia, o un aggiornato esempio di strategia della tensione per portare l’Europa a intervenire in Medio Oriente, questo attacco ha messo in secondo piano un avvenimento di portata storica. Continua a leggere

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conflitti, politica internazionale, storia

La Russia salva la pace in Medio Oriente, ma fino a quando?

La posizione della Russia in difesa della Siria sta per ora impedendo lo scoppio di una nuova guerra in Medio Oriente: occorre dirlo chiaramente.
Sicuramente ha pesato sul momentaneo rinvio di Obama l’infortunio parlamentare di Cameron in Inghilterra, che dimostra una volta di più che di per sé i popoli anglosassoni non sono affatto interessati alle politiche imperiali dei loro governi – anche se questi puntualmente li portano riluttanti alle guerre: come avvenne per la Gran Bretagna nell’agosto del 1914 e per gli Stati Uniti d’America nel 1941. Del resto Obama ha già ottenuto un assenso bi-partisan dal Senato statunitense e sta esercitando forti pressioni sui deputati per arrivare allo stesso risultato in pochi giorni.
La ragione più seria del colpo di freno del presidente statunitense sta quindi nella posizione russa: per questo, tra il 5 ed il 6 settembre, al vertice del G20 di San Pietroburgo il presidente Obama tenterà di arrivare ad un accordo con la Russia per ottenere luce verde all’attacco occidentale. Si tratta di vedere se un simile accordo sarà possibile, ora che la Russia di Putin ha dovuto prendere atto del fatto che la propria trentennale arrendevolezza alle ripetute azioni di guerra occidentali in Medio Oriente ha gradualmente eroso tutte le posizioni internazionali del grande Paese euro-asiatico, portando conflitti, missili e basi militari nordamericane praticamente lungo tutta la linea dei suoi confini, Cina esclusa. Senza con questo avere reso né più pacifico né più stabile il Medio Oriente, area che per la Russia è storicamente di importanza cruciale, come lo è per l’Europa. Continua a leggere
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conflitti, politica internazionale

Il presidente iraniano Rouhani e la “linea rossa” israeliana

Lo scorso dicembre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha affermato che l’Iran sta per avvicinarsi a quella “linea rossa” da lui indicata nel discorso alle Nazioni Unite del settembre 2012 come invalicabile per lo Stato ebraico, vale a dire il raggiungimento di una quantità di uranio arricchito sufficiente per produrre una testata bellica nucleare. Negli stessi giorni, facendogli eco, esperti israeliani stimavano che questa capacità sarebbe stata raggiunta dall’Iran tra la primavera e l’estate del 2013: cioè proprio quando gli iraniani avrebbero eletto il loro nuovo presidente.
Nelle parole del primo ministro israeliano, di nuovo a capo del governo di Israele dopo le elezioni del 22 gennaio scorso, sta quindi tutta l’importanza dell’elezione del nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani (Ruhani o Rohani, secondo altre dizioni).
Certamente la vittoria di Rouhani è importante anche sul piano interno, per almeno due buone ragioni: in primo luogo, essa dimostra che la linea apocalittico-populista di Ahmadinejad è stata affossata dalla direzione clericale del Paese, che ha escluso i candidati vicini all’ex-presidente dalla corsa alla presidenza; ma dimostra anche che la stessa classe dirigente clericale iraniana ha voluto mettere un freno alla pericolosa concentrazione di potere intorno alla Guida Suprema, Ali Khamenei, un potere soprattutto legato agli ambienti militari e dell’intelligence. Da quest’ultimo punto di vista è particolarmente significativa la sconfitta dei due più autorevoli candidati ispirati direttamente da Khamenei, Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, e Saeed Jalili, rappresentante di Khamenei nel Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, l’organismo-chiave per la direzione del Paese sul piano politico-militare: ma soprattutto indicativo è il fatto che questi candidati sono stati protagonisti di uno scontro faccia a faccia proprio su come è stata gestita la diplomazia sul nucleare nel corso del trattative con l’Occidente. Continua a leggere

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politica internazionale

Israele punta a collegare la crisi in Siria con quella iraniana

Mentre l’attenzione dei media internazionali è stata rivolta alla distruzione dello splendido minareto di Aleppo, la guerra civile in Siria si va pericolosamente collegando alla questione iraniana, per tramite di una ben condotta azione politica israeliana.
La questione dell’impiego delle armi chimiche in Siria, che Israele ha infatti subito indicato come “linea rossa” della propria sicurezza e del possibile intervento dello stesso Stato ebraico nel conflitto, è ormai all’ordine del giorno, dopo che alti esponenti dell’establishment militare israeliano hanno dato per certo che il governo siriano ne stia facendo uso. Continua a leggere

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politica internazionale

Turchia e Israele: l’asse strategico si ricompone?

Il processo di riavvicinamento fra Turchia e Israele è in pieno corso ed è la Turchia a dimostrare con evidenza il maggiore interesse al ristabilimento del tradizionale rapporto di collaborazione militare ed economica con lo Stato ebraico.
Secondo quanto ha dichiarato qualche giorno fa il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, proprio il viaggio di Obama in Israele sarebbe stata l’occasione per esercitare forti pressioni sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in vista di una soluzione amichevole del contenzioso apertosi con l’uccisione di nove attivisti umanitari da parte dello Stato ebraico. Continua a leggere

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